Dell’inadeguatezza,, dello smarrimento post rinascita


Sono viva. Lo respiro ogni istante, e ancora, giuro, me ne stupisco.
Vivo l’essere viva in ogni sguardo. Di mia figlia, dei familiari,,delle amiche e degli amici che piano piano ho incontrato. Senza un abbraccio ma con qualche lacrima.
Ma c’è un aspetto rognoso, per chi ha ricevuto un miracolo, come me.
Il fatto di restare ancora un essere umano, un soggetto fallibile, imperfetto, di non riuscire a fare tutto e soprattutto di deludere le aspettative.
Perché dopo una esperienza umana di tale portata ci si aspetta che si viva secondo le aspettative degli altri, in odore di santità, in un ascetismo raggiunto che non contempli moti dell’animo, arrabbiature, emozioni.
È la gratitudine, baby.
Docile, col solo compito di sopravvivenza e testimonianza.
La parte oscura attraversata, quella che ti cambia per sempre, non fa parte della narrazione
La lamentela, perché il percorso è ancora impestato, lungo, complesso, non è contemplata.
Ricorda come stavi
Non osare desiderare di più che essere al mondo.
E sapete una cosa? Hanno ragione.
La vera inadeguatezza non è il mio passo ancora incerto, l’impossibilità di andare in montagna, ma l’incapacità di maneggiare le emozioni.
Soprattutto le mie, ora, ma anche quelle degli altri.
Come calpestare margherite.
In foto, due momenti opposti, lo stesso essere umano

A Pasqua

Non conto più le feste, le ricorrenze, le occasioni speciali che ho passato da sola in ospedale
Ma questa Pasqua è diversa.
Dimissibile, ma ostaggio di una febbricola che arriva e se ne va da sola, ascrivibile a nulla.
Qui, nel reparto in cui approdai a gennaio in tutt’altra condizione.
Saranno giornate di esercizi per il recupero muscolare, per imparare ancora e ancora la pazienza, la lentezza, e per gioire sinceramente di chi si gode il sole.
Se guardo a una manciata di settimane fa sarebbe stato impensabile stare così
Se penso alle famiglie dei miei donatori immagino una macchina speciale, una di quelle di ritorno al futuro, che trasmuti la mia fatica in sosta dal dolore, per loro.
Sono felice.
Non mi servono uova o buon cibo, ho tutto, là fuori, ho l’essenza delle persone che hanno scelto di avere a che fare con una ceffa malandata come me.
Risorgo ancora, secondo piani sconosciuti ma grandiosi.
E devo ricordarmi che uno dei primi movimenti che farò sarà un inchino alla vita

Un mese

Per i miei donatori, a un mese dal retrapianto
Per ogni vita inciampata ed evaporata, per ogni volta aspettata e pregata, per te, che non te lo aspettavi, e hai lasciato la scena più bella, sul più bello.


Per me, che non me lo aspettavo nemmeno io e per entrambi, per tutti i morti che abbiamo avuto negli occhi nelle ultime settimane


Per il tuo respiro infinito che non mi era mai stato permesso
Per la mia pena, per il vuoto nero e senza fine che ne è il prezzo.
Per chi ha deciso che un tuo pezzo di carne si rivolgesse in vita e per tutti noi, dannati ad amare questa vita


Grazie
Per ogni dolore immolato a noi stessi, per ogni fatica e scoramento, miei donatori, sarete in ogni muscolo, in ogni speranza


Per ogni vostro amato io sopporto ogni indicibile supplizio, che arrivi ai loro cuori come miele profumato e che le nostre mani si intreccino nel vento, ogni volta che lo sentiremo necessario

Rinascere, ancora

Dove credi di andare?


Qualcuno deve avermi detto così, quel benedetto 15 marzo, riacciuffandomi per i capelli, quando tutti pensavamo che
Quando, stremata da 2 mesi immobile in un letto di pneumologia del policlinico di Milano, completamente sola e attaccata all’ossigeno ad alti flussi, il dottore è entrato e mi ha detto : ci sono due polmoni in osservazione.


Non credo nemmeno di avere avuto una reazione, persa nella mia bolla di disperata sopravvivenza.
Una bolla in cui ero dispersa.
La V, la A , la L, la mia stessa essenza stava scomparendo, mentre tutto il meraviglioso team di pneumologi mi stava tenendo in vita.


È difficile usare termini così ingrati come dolore e sofferenza quando ho ricevuto solamente amore e vita.
Sono entrata alle 7 e sono uscita alle 2 del mattino successivo grazie alla meravigliosa equipe del prof.Nosotti e del prof Lorenzo Rosso , che mi hanno restituito alla vita per la seconda volta.


E se tutta questa immane, insormontabile fatica, se tutto questo dolore crudo mi avranno regalato un altro giorno qui, ne sarà valsa la pena, anche se ogni giorno mi sono chiesta perché proprio a me questa meravigliosa svolta della vita?
Ringrazio per ogni pensiero, preghiera, emozione che mi avete fatto arrivare.


Ora c’è solo lavoro per ricostruire ogni singolo muscolo del corpo che è un monolite rinsecchito ma ho un respiro troppo grande, non riesco nemmeno a finirlo, esattamente come la gratitudine verso la vita, e chi ne fa parte

Ritrovarsi

Se mi ritroverai alla fine della strada non sarà perché sono stata più veloce, no.
Ma perché ho volato.


Per farmi ritrovare esattamente dove mi ero soffermata.
Ti ho taciuto il mio superpotere perché non mi era mai servito con te, abbiamo sempre calpestato volentieri la terra.


E sai quanto amo camminare.
Ma se posso volare, la mia mente riesce a farlo e credo anche la tua.


È la salvezza dei prigionieri e degli infermi e la sopravvivenza dei condannati.


I sogni non li governi, i passi li posso immaginare ancora con te.

Come esce il dolore

Il mio nonno ungherese parlava poco.
Credo che osservasse molto, in compenso, dietro i suoi occhiali, con occhi verdissimi e severi, ma traditi dal mezzo sorriso beffardo che riservava agli esseri umani.

Quello pieno, e intimo, era merce dedicata a Pancio, il suo cocker spaniel che mio padre, da ragazzo, pensò un giorno di portare a casa, a sorpresa.
Quando parlava però, riusciva ad essere incisivo come pochi.
Un po’ per quell’accento che solo un ebreo ungherese che vive a Firenze può avere, un po’ per la sua capacità di sottolineare le parole, e le sillabe importanti di quelle stesse parole.


La vecchiaia è ripuGNAnte, diceva sempre.


Nonostante fosse ancora piuttosto attivo, lavorava ancora nel suo studio dentistico, sempre con Pancio sotto la sedia ( erano gli anni 80, si poteva tutto) e nonostante, soprattutto, la guerra, i lutti, il campo di lavoro in cui era stato prigioniero in Russia e da cui si dicesse fosse stato liberato da un ufficiale a cui aveva salvato la vita, erano la vecchiaia, gli acciacchi, i dolori, il non-poter-più, ad essere ripugnanti.


Mai nulla uscì dalla sua bocca sull’olocausto.
Mai.
Se il dolore non si racconta, esce comunque. Trova una via, un rivolo, una parola definitiva per affacciarsi e farsi almeno indovinare.


Ripugnante
E poi si curi, lanciando una pallina, infinite volte, seduti su un divano.

Zoo di vetro 12 03 2021

Più di un anno fa siamo finiti tutti insieme in questo gigantesco zoo di vetro. Catapultati ognuno nelle proprie faccende, rinchiuso nelle proprie stanze, racchiuse a loro volta in una bolla ermetica. Pareti trasparenti e torbide insieme, e all’interno noi a ribollire nelle recriminazioni asfissianti, nel rimuginio di mancate soluzioni, di distratte attenzioni, di pensieri di fuga abortiti dalla evidente impossibilità di vivere ora. Vivere adesso.
Mi è venuto in mente lo zoo di vetro ma potrebbero essere I Miserabili o il Giardino dei ciliegi…quando il teatro mi lasciava sensazioni fortissime e potevo concentrarmi sulla trama, sulla recitazione, la regia e la scenografia, perché la vita era fuori e quella era “solo ” una rappresentazione di qualche ora.
Una volta fuori, impattando con l’aria fresca finalmente, dopo il torpore dei tanti respiri ammassati, le luci dei lampioni che ingannavano la sera, si faceva i conti con quello che la commedia sedimentava nell’animo.
Ora che il teatro è chiuso, ora che immagino l’odore di soffitta nei camerini, la polvere generosa quanto impietosa tra le travi lignee del palco, la graticcia che lancia cigolii inascoltati, il teatro siamo diventati noi.
Il palco le mura di casa. Viviamo in un’inquadratura, nello spazio di uno schermo, siamo ridotti al nostro volto, esistiamo di mezzo busto e certamente sorridiamo troppo. Una sintesi di noi stessi, un riassunto essenziale perché dell’ essenziale imposto, abbiamo imparato a vivere. Tutto improvvisamente frivolo.
Parliamo troppo. Perché mai sopporteremmo drammi. E copriamo di parole voragini insopportabili da guardare, figuriamoci da ammettere.
Imbellettiamo scene domestiche perché va tutto bene. Lo abbiamo promesso ai nostri bambini.
Un giorno usciremo.
Un giorno ci abbracceremo.
Un giorno applaudiremo.
Quando ce lo diranno.
Ma chi? Loro.
Dal buio dei nostri soggiorni con le lampade a luce calda non ne scorgiamo bene neppurr i volti.
Storpiamo i loro nomi. Loro che i nostri nomi non li sanno.
Siamo finiti in una infinita commedia di Checov.
Filosofi della vita, ora che la vita la vediamo scorrere dalla finestra.
Arresi.
Arresi? O rispettosi?
Rassegnati.
O fiduciosi?
Torneremo a viaggiare.
Ampie falcate sulle tavole scricchiolanti, per adesso. Voci impostate, che laggiù non si sente.
Foto di noi, sui social, che esistiamo ancora.
Che dice?
Oh, si, io per prima, signora mia.
Colpevole.
Sa, a volte ho paura di scomparire.
A lei non capita mai?
Quando arriva stropicciata allo specchio del bagno, gli occhi feriti da una luce prepotentissima, guardarsi e non vedere nulla. Come un volto cancellato da una gomma.
No, dice? Beata lei.
Io ho paura di perdermi i pezzi, ogni giorno.
Un pezzo di anima lasciato in una canzone. Un pezzo di cuore addosso a una persona…
Fino alla musica finale. La musica finale parte sempre piano, dalle quinte…qualche nota accennata su un pianoforte vagamente scordato.
Sipario. Allora si ricompone tutto. Si capisce il personaggio, lo si perdona.
Lo si ama anche, talvolta.
Si compatisce, accendendosi la prima sigaretta, fuori dal teatro, stringendosi nel cappotto: non ha vissuto che quelle due ore, nello spazio di un palcoscenico.

Una domenica di maggio

È una domenica di maggio, è il 1984. Una di quelle che, appunto, si ricordano persino 38 anni dopo.

Mi rivedo da fuori, per qualche secondo. Il cielo è blu come quando il vento ha ripulito ogni residuo dentro e fuori, intenso, generoso, nel vicolo di casa mia, intorno alle 9, arriva una sventolata frizzantina che davanti al sole si farà timida e zitta ma che intanto sulle braccia pizzica e ti fa il solletico.


Ho 9 anni e sono contenta. Esco di casa prima dei miei per gironzolare li attorno mentre li aspetto.
Indosso una gonna di cotone che mi arriva a metà polpaccio, fa un po’ la ruota e ha tre bande orizzontali: fucsia, blu e bianco.
La maglietta bianca ha un pappagallo sgargiante e sornione che nel mio personale codice di eleganza da novenne ( ma sospetto, immutabile) è impeccabile.


Ho ancora una foto con Rolf alla reggia di Rivalta e sono vestita così perché era diventata la mia divisa da missione speciale.
Mia madre l’aveva scelta con cura e mi aveva convinto mi stesse benissimo.


Ero uscita di casa saltellando: saremmo andati a prendere Giovanna e Camillo e avremmo aspettato i miei nonni e mia zia per andare a pranzo fuori.
Era una festa. Ero felice, ero intoccabile.
I miei in quella bolla di felicità e nervosismo di quando le cose devono andare bene per non scontentare tutti. Non la vedo, mia madre.
Non ne ho bisogno
So che è lì.
Da sempre sento il suo sguardo su di me, mentre mi regala il lusso di poter essere spensierata, quando qualcuno veglia, guarda le spalle.


Mi guarda saltellare, mi intima di non cadere, ma c’è un attimo.
Una frazione di espressione, che ho focalizzato solo oggi.
È quell’attimo in cui vedi la tua bambina che sembra star bene, saltella, è felice. Sembra una bambina come tutte le altre.
Di più
È la tua bambina sensibile, quella che scrive le poesie, non è una cima in matematica ma scrive bene ed è simpatica.


E un flash ti attraversa le viscere.
Cosa la aspetta? Cosa sarà costretta a vivere, tra qualche anno? Quanto dolore riuscirà a stridere con questa gonna perfettamente stirata? Quanta immobilità al posto dei balzelli a ritmo di lady oscar?

SAMAN, la ragazza corallo


Guarda bene mamma. Non è rosso il colore del mio rossetto.
È color corallo, si intona al velo che mi hai regalato.


Non vuoi vederlo, non puoi vederlo, eppure mi dona così tanto.
Se guardi bene mamma non è proprio rosso il colore del mio sangue.


Scorre in rivoli impastato nella terra sabbiosa, è passato velocemente dalla violenza del rubino a questo corallo, ma non puoi vederlo mammma, non vuoi vederlo, da dove sei tu.


Anche le angurie che cresciamo nella terra sono corallo
Da fuori non lo diresti mai.
Come può una buccia così verde racchiudere questo colore così brillante, così diverso e ribelle. Tra questi frutti che ho conosciuto nell’unica terra che ho sentito mia.


Non lo avresti mai detto, mamma, che avresti generato una figlia color corallo, così diversa dentro da come la volevi fuori.
E se davvero tra questi filari di angurie un milione di anni fa c’era il mare, torno a essere corallo e ad appartenere a questa terra che mi ha accolto e ora mi protegge.
Il suo corallo, per sempre.