Tempo

Arrivano questi luminosi giorni di tempo lento. Avrei voglia di scrivere ma non ho destinatari, lettori, orecchie e cuori ad attendermi.
È un lungo crepaccio su cui mi affaccio senza paura e senza slanci. Un’equidistanza che non so se sia conquista o rassegnazione. Maturità o apatia.
Contemplazione o pacata rinuncia.
È un accidente immaginato e un epilogo schivato.
Sbroglierò la matassa, cucinerò il tempo, segnerò i passi e darò un senso ai pensieri.
Questo è il momento dei battiti regolari, del ricordo degli irregolari, del riprenderli, i sensi, e poi farne parole.
È un tempo di silenzi e cicale, di echi e profondi sottofondi.
Tempo di tessitura, tempo di paziente, vigile attesa

Presenza

Le mie ipocrisie
Le tue ipocondrie
Le mie paure
I tuoi diletti
Gli intrecci fulminei che ne derivano e l’impasto pronto di verità e bugie.
La vera risorsa di tutta questa vita
La sua contraddizione
Il distillato del nostro tempo, la linfa che ci nutre e avvelena
Cosa sarei senza
Come sarei, senza questa presenza.

Colazioni

Questo è quel momento dell’anno in cui l’italiano medio, categoria in cui milito orgogliosamente nonostante i miei gioiosi sprazzi ungheresi, si riconcilia con la vita. Pensa che il mondo in fondo non sia un posto poi così malvagio e lo fa davanti a un trappolone travestito da comfort: il buffet della colazione in albergo.
Lo so, ne ho già scritto, ma io, anche a casa, comincio a pensare alla colazione appena metto la testa sul cuscino la sera prima. Mi sveglio mossa da una fame predatoria ed è una delle poche certezze che governano le mie giornate.
È quel periodo dell’anno in cui l’italiano si convince a mangiare sano scaricando nel piatto (va detto, minuscolo, maledetti) 13 uova strapazzate e bacon fritto, ripromettendosi di replicare anche a casa, basta alzarsi dieci minuti prima.
Ovviamente non lo farà mai.
Se presente lo sventurato stagista dell’alberghiero, l’italiano medio, spesso rappresentato dalla crudele ed impaziente progenie, piatto in mano e occhi fissi sulla nutella, si tramuta nel peggior capitalista bianco e piantona il povero ragazzo alla postazione crepes e omelettes facendogli realizzare intrugli degni della tradizione culinaria tedesca più spinta.

tantohogiapagato

Attimi di smarrimento alla momentanea assenza dello speck.
Sguardo accusatorio a me.
Occhiata giudicante al piatto che traballa, sovrastimato per capacità di accoglienza, nella mia mano. Hanno ragione. Il cluedo culinario for dummies.
Dovrei tatuarmi lungo tutto l’avanbraccio,in risposta alla proliferazione dei RESILIENZA, CORTISONE, 20mg.
Ma otterrei gli stessi sguardi di riprovazione.
O forse è la mia coscienza ammutolita con lo scotch da pacchi negli orari dei pasti a gridare. Inascoltata.
Concludo con yogurt ( in montagna è obbligatorio testare ogni prodotto caseario, pur consci che provenga dai barattoloni da 1 kg del conad) innaffiandolo di semi, cereali ma quelli sani, granole bio, frutta secca anche quella direttamente planata dagli scaffali della coop.
Però, dopo, Vale, quando avrai ingerito l’ultima fetta di pane nero coi semi che immagini a spalare scorie intestinali come in Siamo fatti così, sei motivata a smaltire.
E allora, senza indugio: scarponi, bacchette e via, verso il pranzo.

La famiglia pasta al tsugo

Arriva sempre quel momento.
In vacanza, in albergo, a cena fuori, per strada, a una sagra in cui la incontro.
La famiglia pasta al tsugo.
Ne resto incantata. La spio, cerco di ascoltarne i discorsi e ogni volta resto stupita e chissà, forse invidiosa di questa normalità.
Parole che posso prevedere, ragionamenti snorkeling, stanchezza mista a felicità di essere in ferie tutti insieme.
Due figli maschi, due anni, massimo tre di differenza. 6-8
7-10.
Abbronzati, secchi. Iperattivi. Taglio di capelli da calciatore, facce da scugnizzi che non importa la regione di provenienza. Genitori con la pancia da tranquillità emotiva ed espressione da rimandiamo ogni pensiero il lavoro il mutuo, tua madre che, tuo fratello che…
Intravvedo una complicità cementata dal passare dai 20 ai 40 anni insieme. Stessa compagnia, scherzi da animazione al matrimonio. Baacioo, baacioo. Brindisi incrociato.
Come avete fatto finora?
Vi siete accontentati? Siete stanchi? O per dire di non esserlo uscite ancora a cena a san Valentino? Quanto vi sentite responsabili di questi figli? Li avete voluti o sono capitati? Vi vedono mai litigare?
Finiscono le frasi con ammamma o appapà e nessun cecchino che gli spari in fronte.
Sono fortunati.
Lo sanno?
Ieri avranno perso la messa. Chissà se fanno dire le preghiere la sera, ai bambini. Chissà come hanno spiegato la guerra.
Il figlio piccolo urla mamma 13 volte.
Voi madri di maschi avrete occhi innamorati assicurati tutta la vita.
Quanto a volte la genetica indiretta può essere benevola.
La mamma sembra una che lascia le decisioni a lui. Che non critica. Accomodante.
Vorrei esserlo anche io.
Un po’ lo sono diventata ma del tipo fai come ti pare allora, non ascoltarmi, non del tipo si amò fai tu che sai come si fa.
Credo sia più furba lei.
O semplicemente ha ascoltato la mamma nella fine arte di adorare un marito. L’hai giurato aiddio di onorarlo. Ogni giorno.
Ogni.
Giorno.
Mavi resterà analfabeta di queste lezioni di economia sentimentale.
Dimmi come si fa, cara, ad abbracciare la vita e stare salda, immobile.
Ma poi che ne so.
Non si scruta la gente, Vale. Non si immaginano vite e clichè così, chi ti credi di essere? La famiglia goulash? La famiglia sushi? La famiglia guarda cosa c’è in frigo?
Ho davanti i nipotini del carosello, più che dei prodotti social, genteperbene, che non è vero che non si fanno le grandi domande, forse nascono già sapendo le risposte, perché le hanno ascoltate, le hanno ripetute e le hanno imparate e ora le sanno tramandare.
Io tramando dubbi, solchi, sogni ingenui, fuochi fatui.
Ogni volta che torno a casa mi ripeto che la so fare anche io, la pasta al tsugo.
È solo che non ho l’ingrediente segreto.

Cammino,cammino

E cammino, cammino…
Cammino sempre, appena riesco, appena posso.
Cammino per la me immobile nel letto, appesa a un
tubo di aria disinfettata.
Cammino per la me che verrà e dovrà ripiegarsi ancora,
rimettere l’anima in tasca, deprivata di questa libertà
così sprecata.
Cammino per gli sconosciuti immobili senza motivo e
senza coscienza. Per chi non ha conosciuto riposo imposto ed è fisso nella sua posa.
Cammino verso chi non mi ama.
Cammino via dalla mia testa barocca, e la porto sempre
con me. Pesante, urlante, invadente, inopportuna, divertente. La mia testa è la zia eccentrica col gomito un
po’ alzato, colorata e imbarazzante, che urla la verità
usando metafore creative, che seppellisce con una freddura, ma appellandoti “tesoro”.
La mia testa in fuga, da raggiungere a piedi, eppure in
cielo, in cerca d’aria e di nuvole, poi annoiata, a parlar
a tutti, sempre, a sproposito, di cielo.
(da Guardami adesso).
E finalmente un giro impegnativo, almeno per me.
da Rescadore al Battisti, sentiero 615, passando per il Passone, senza guardare le tabelle temporali, il dislivello, e nemmeno il sole che si è fatto sentire.
Ho sentito le mie gambe, sempre più sicure.
il mio respiro. Costante, fiero.
ho sentito la mia gratitudine e la voglia di tornare a camminare, la ricerca della fatica, quando non pesa niente se non lo zaino pieno di banane e acqua.
Grazie, come sempre, a chi mi accompagna

In esplorazione

Equidistante
Dai giorni neri e dal sole a picco.
Sospesa.
Tra un passo ed un altro.
Salda nell’impronta appena lasciata, incerta nel frammento d’aria davanti a me.
Si può vivere così,
Rimpiangendo una felicità esaurita,
O in esplorazione di tutti i fili che tireranno i miei sorrisi

Surrender, Dorothy


Arrenditi Vale
Ma Dorothy non si è arresa.
E alla fine ha trovato quello che forse cerchiamo tutti, da sempre e per sempre: cervello, cuore, coraggio.
Non li trova per sè, ma per le sue ombre. Non li trova nella fattoria degli zii, ma al termine di un lungo viaggio costellato di streghe, avversari, peripezie e dure prove.
Un bacio in fronte la rende inattaccabile. Forse per questo va avanti e affronta ogni ostacolo.
Chi mi ama non mi dice arrenditi ma Fermati
Fermati Vale.
Ho anche io, e ho dato, quel bacio in fronte. Tutti lo abbiamo.
La certezza di essere amati o la certezza di amare così tanto da credere che un tornado ci possa solo portare nel posto giusto.
A volte spaventa di più un vento lento tra le foglie, perché si è armati contro la tempesta e si aspetta, pronti, agguerriti, tesi.
E per tutto il tempo, si perde il canto del vento, il ballo lento e annoiato delle foglie nella loro stagione più bella. L’unica che avranno.

Elogio dell’ignavia


Ieri ho ascoltato la quarta puntata di un podcast bellissimo sul camminare, realizzato dalla mia amica Frò Sanzo.
Ieri parlava del coraggio di perdersi.
Del momento in cui decidi, consapevolmente a volte, di perdere l’orientamento.
Sul sentiero, o nella vita.
È un atto di grande responsabilità che io, coscientemente, forse non ho mai fatto.
Forse perché il senso dell’orientamento è cosa lontanissima da me e vivo il brivido di dover sempre ritrovare la macchina, imboccare una via sconosciuta, ritrovarmi in loop a Cavazzoli senza motivo, praticamente ogni giorno.
Quindi non lo vado a fare apposta o non rivedrei più la mia famiglia 😅.
Però a volte ho la lucidità di spostami. E lo annuncio, per timore che mi si lasci scivolare nell’oblio e nell’abitudine della assenza.
Guarda, mi sto spostando.
Ehi, ti tiro per la giacchetta, mi metto di fianco.
Scusa, vllevo dirti che mi metto un attimo qui, magari non dovessi trovarmi subito.
Per il dispiacere di perdere le persone resto nei paraggi.
In un angolo, come a dire: mi vedi ? Resto qui, se vuoi ci sono.
Una vigliaccata, una debolezza spacciata per lucida centratura.
Una mollezza che ho accolto e a cui ho creato spazio, significato.
La reazione tiepida, la non reazione, l’indifferenza ho imparato a gestirle, forse contemporaneamente all’abitudine a stare tanto con me.
Un’ incapacità di andare lontano, o forse, proprio perché sono stata lontanissimo, gironzolo nei paraggi e lascio ogni porta socchiusa, senza chiavi, senza neppure concepire il gesto di abbassare la maniglia.
Non devi neppure bussare, per trovarmi.
Basta affacciarti.
Anche in ospedale volevo sempre la porta aperta.
Prima perché ero convinta che se avessi avuto una crisi, nonostante il monitoraggio degli schermi preposti nella semi intensiva, nessuno se ne sarebbe accorto o lo avrebbe fatto troppo tardi. Forse non pensavo di valere una corsa.
Poi, banalmente, per solitudine.
Il via vai del corridoio mi illudeva di essere parte di qualcosa di vitale, indaffarata, veloce routine di reparto. Piedi in movimento contro immobilità.
Quindi non credo mi perderò, non fino a quando non avrò il coraggio di tornare a camminare da sola, non fino a quando saprò che la gamba potrebbe farcela e le risorse per ritrovare la strada andrebbero solo ripescate da qualche parte dentro un intreccio di consapevolezze e illusioni che sta ancora formando la sua trama.
Intanto gironzolo, guardo cartine senza capirle, ma riesco sempre a guardare il cielo, in loop.

Piedi

Vaga
Senza sponde
A volte mi tocco un braccio, per sentire se la mia pelle mi restituisce certezza o se è cambiata anche lei, nel rapido giro di una notte.
È cambiata, manco a dirlo.
Cerco occhi in cui piantare i miei e ne ho qualche manciata, per enunciare proclami di solidità.
Di friabili rocce si compone il mio cammino, e non esiste scarpa che aggrappi al terreno piedi cosi affamati di strada, e così mendicanti di riposo.