Come bandiera al vento

Come certe relazioni umane.

Come bandiere tibetane ostinate, che il vento rende allegre, o sfibrate e quasi irriconoscibili.
Ma se i nodi sono saldi, se chi le ha affisse ha avuto cura e tenacia, resistono.
A un certo punto, dopo mille danze al cielo, diventa difficile anche sciogliere i capi, saldi, ai lati.
E se con fretta si taglia, si accoltella, si tira via, resterà comunque un pezzetto monco, deformato, ingrigito.
Un ricordo di ciò che è stato, un’immagine che però si torna subito ad immaginare, inventando chi e come, un giorno, ha affidato le proprie preghiere.

Bandiere tibetane alla big bench del monte fosola, Carpineti, Reggio Emilia

Gino

Non lo capisco molto bene, cosa mi sta succedendo.
Sono stanco. Sempre. Intorno a me vedo sempre nebbia, i contorni sono sfumati, guardo in giro e lo so, lo so dove devo andare, eppure mi ritrovo in posti che non ho mai visto.
Mi sembra di percorrere chilometri.
A volte mi cede una zampa. È sempre quella, la destra, dietro. Se sto fermo scivola piano verso l’altra, la devo sempre rimettere in asse ed è una fatica, ogni volta.
La mia cuccia è una certezza morbida, sotto la finestra, attaccata al termosifone. Spesso ho freddo. Quando vado in giardino sto al sole, ma le uscite sono brevi e fugaci e a volte mi ritrovo a contemplare la danza al vento di una foglia. Mi incanto. Ma poi il pensiero che sto pensando è già scappato e allora guardo chi è con me, alzando con molta fatica il collo, ma quello non capisce, come al solito.
E allora forse non era importante.
E allora da lontano, e dal profondo, raccolgo la forza e riparto, piano,con qualche scatto, a passeggiare.
Ho nostalgia, ma non so esattamente di cosa.
Forse di quando abbaiavo incessantemente ai passanti che intravvedevo dalla siepe, e tutti mi rispettavano.
Ora fuori il tono verso di me è cambiato, sento cantilene umane e qualcuno si azzarda perfino ad accarezzarmi.
Ma ancora ho qualche scatto, e ringhio, e difendo chi sono ancora, perbacco.
Sto bene in casa. Non ho mai apprezzato il tepore come ora. Gli inquilini sono sempre quelli.
La bionda ogni tanto sparisce, ma poi torna sempre. Lo sento, quando sta male. Le sto vicino, la controllo. Mi piacciono i grattini che fa, anche se preferivo quando dormivo nel lettone, su in camera. Ma tanto adesso non riuscirei a fare le scale.
Lui invece mi porta sempre fuori. Seguo le sue gambe, c’è un’antica alleanza tra noi. Ha sempre creduto di essere lui il capobranco, ma credo che in fondo sappia che sono io, ancora, il capo.
Poi c’è la ragazzina.
Ecco lei ha sempre lo stesso odore. Sa di biscotto, ma di quelli che mangiano loro.
Lei sì che è tanto cambiata. Non c’è sempre stata. Quando è arrivata era più piccola di me. Ricordo di averla odiata. Un po’.
Ma è sveglia, e dolce, e mi coccola e mi parla e quando scrive o legge e io dormo accanto, arriva sempre a grattarmi o accarezzarmi. Se non c’è ho una strana frenesia, la cerco, faccio chilometri per lei, dalla porta al giardino.
Dove può essere? Dove è andata?
Quando si siede sullo sgabello di fronte alle scale improvvisamente dalle sue mani escono suoni che sento sempre meno, ma che ricordo mi agitavano, rimbombava tutto e non erano né abbai né grida, né tonfi né clacson. Ora quando succede li sento lontani, ovattati, non credo siano un pericolo, a volte resto a cuccia, perché comunque alzarmi è una fatica e devo scegliere quando farlo.
A volte invece una forza da dentro, che non so spiegare, mi spinge senza pace. Quando aprono la porta guardo fuori. Mi piace l’aria che mi arriva improvvisa, la luce che mi rischiara tutto intorno, ma devo fare presto perché sta aperta per pochissimo tempo.
Mi sgridano, perché dicono che sto sempre in mezzo.
Ma le loro gambe ora sono dei riferimenti preziosi per i miei occhi velati. E poi magari mi danno qualcosa. Ho sempre tanta fame. A volte mi lanciano il biscotto ma chissà dove va a finire. Sono sempre più imbranati a lanciare perché ci metto tanto tempo a trovarlo.
A volte, non so perché, me lo lanciano fuori dalla porta. Poi mi portano a fare il giro del campo, ma quel gradino davanti alla porta, non capisco, è sempre più alto, ogni giorno lo alzano, ma perché?
So che sta arrivando il freddo e spero che la bionda non si metta in testa di infilarmi in un orrendo cappotto che mi impediva i movimenti.
Adesso riprovo il ringhio, si sa mai.

L’eviscerata

Sono l’intoccabile, l’eviscerata.
Cercata e rinnegata
Elogiata in pubblico e ignorata, come donna di strada, cerco qui di esistere come sagoma di cartone a celare il sangue, le vene, la carne rattoppata.
Lancio grida da altoparlanti muti, inseguo luci che altro non fanno se non creare ombre laddove una volta splendeva uno sguardo.
Annaspo leggera in paludi di anemoni.
Anonima, a scandire il mio nome ai distratti, ai fuggevoli, ai viaggiatori e agli stanziali crepati di rinunce.
Evaporata, eppure dicono di avermi tra le mani. Sostanza.
Densa che cerca di essere acqua.
Piombo che sogna di essere glitter.

Scudo umano

Difendere il proprio significato. Questo faccio. Scudo umano delle mie esperienze respirate toccate sudate e depositate in anima e testa.
Issare la bandiera della propria identità un po’ sfilacciata dal vento, sbiadita, ospite del vento.
Faccio anche questo.
Perdonarsi l’umanità.
Farsi bastare l’amore,
Inventarselo dove non c’è.
Difenderlo e difendersene, in un tempo generoso e confuso, in un modo gentile e ruvido come un bramito di cervo.

Foto vezza d’oglio turismo, da Facebook

Spregiudicanti

Mi piacciono le persone che non giudicano perché ci sono passate anche loro.
Mi piacciono le persone che non giudicano perché non ci sono passate e non sanno, non immaginano, non provano ciò che hai provato tu.
Mi piacciono quelle che cercano di astenersi dal giudizio e stanno attente a non caderci sapendo che è difficile ma non impossibile.
Mi piacciono le persone così risolte da accogliere i difetti altrui senza voler cambiare, o migliorare, nessuno.
Mi piacciono le persone così irrisolte e imperfette e la libertà di poter essere come sono, come vogliono, come si sentono.

Il cambio

L’ospedale è un ventre molle e caldo. Un po’ storditi un po’ impauriti, un po’ in attesa un po’ altrove con la testa che scappa, lei sì che riesce a infilarsi ali o gambe e travalica pareti e finestre chiuse.
Quando si esce dall’ospedale anche con il corpo, quando ci si riappropria dell’aria, del cielo, della terra, dell’asfalto, e si cammina, si vive di continui flashback.
A me, almeno, capita così.
Non c’è stato passo, saltello, che abbia fatto in questi sei mesi, senza un richiamo alla immobilità assoluta, delle mie gambe ridotte a stecchi secchi e inamoviboli sotto un lenzuolo, o ai primi incerti, barcollanti passetti sostenuti nel lungo corridoio di linoleum della pneumologia del policlinico di Milano.
Una parte di me è là ad aspettarmi.
Un’altra parte è scomparsa per sempre tra le parole e le immagini di quei mesi.
Probabilmente chi mi guarda se ne accorge : con il corpo mi muovo, con la testa sono assorta.
Sudore e mimica facciale immobile.
Mentre cammino, salto, mi piego, la mia testa è nella rianimazione in cui mi sono svegliata coi polsi legati, ancora con le voci o il soffio fortissimo dell’ossigeno nelle orecchie.
Quel soffio mi ha lasciato un acufene di cui sono poco consapevole perché poche volte mi capita di essere nell’assoluto silenzio.
Silenzio che ancora fatico ad accogliere e apprezzare perché è un ventre molle e caldo, in cui navigo in tantissimo spazioe con pochissima voglia di riempirlo di pensieri compiuti,pensieri utili, alti, dovuti.
Rivivere, rinascere, risalire, ritornare non sono azioni limpide. Non sono una cosa immediata.
Non sono una cosa.
Sono una possibilità.
Un pezzo di creta nelle mani che spesso sono tremanti,o poco avvezze a creare

In mani troppo fragili per riuscire a creare
Ma il pezzo di creta chiama, urla, chiede di diventare qualcosa
E il tempo si dichiara prezioso alleato per creare qualcosa di mai vissuto prima

Sguardi

Sfocati, un po’ distratti, danzanti tra affanni quotidiani e smanie di cielo.
Decentrati, imperfetti, canzonati da ragazzini, mai risolti. Immobili nelle paludi di dubbi e mobili nelle tappe di vite non vissute.
Avrei tanto voluto che.
Non ho fatto in modo che.
Macerie o resti?
Archeologia o ecomostri?
Ma abbiamo l’anima antica che spinge gli occhi oltre il disincanto, adduce stupore bambino e silenzio fecondo di immagini tenute per sè, sbirciate, accennate, sfocate come noi.
Sguardi distratti, sguardami adesso,
Dentro e intorno, che siano nubi o stelle, che siano lampi o frecce.

Un controllino

Sono in ascensore con due signore.
Una deliziosa, esile, canuta anziana bastone munita a braccetto con la figlia, poco più grande di me.
Capisco che sono appena uscite da uno studio medico, la signora anziana è preoccupata.
Vedrai che non è niente, mamma. Adesso prenotiamo la visita.
E se c’è da aspettare troppo andiamo privatamente.
Te la regalo io come regalo di compleanno.
Al che la mamma si agita: inizia a dire mo noo mo noo, realizzando nella sua testa, come un’offesa, come uno schiaffo, quello che i genitori temono di più: essere un peso per i figli.
E invece è commovente vedere la mia generazione passare da un accudimento ad un altro, forse ancora più difficile, più delicato, un equilibrismo tra essere ancora figli e scivolare piano, o improvvisamente, a seconda degli sgambetti o della fluidità della vita, a figure indispensabili per questi genitori stanchi, o provati o malati.
È bellissimo ma faticoso. Spesso non è scelta nobile ma necessaria.
E mentre penso alla bellezza di questa frase, che non vuole umiliare ma rassicurare non posso che farmi squarciare l’assetto emotivo dalla maledizione a cui ci ha condannato la politica, tutta.
A come ci hanno ridotto così.
A dover scegliere tra una cena fuori e un esame, tra un mazzo di fiori e un controllo medico e a tutta l’angoscia che ne deriva.
Ne siamo stati responsabili? Forse.
Abbiamo cantato come cicale e non ci siamo accorti di gorgheggiare lungo un baratro? Probabile.
Ma non abbiamo protestato, non abbiamo urlato, non abbiamo scioperato, non abbiamo preteso.
Abbiamo difeso i piccoli privilegi personali convinti di avere un piccolo tesoro.
Ora l’oro si è ossidato e se apriamo i nostri forzieri non troviamo che polvere e bugie.
Ci restano gli affetti.
Da difendere, se possiamo.
Se nel frattempo non ci siamo inariditi anche noi e al controllo non preferiamo una vacanzina.

Scendere

Scendere dalla montagna:
A volte è proprio questo il problema.
Invidio chi saltella sicuro su pietroni in discesa, senza bacchette, con fiducia, equilibrio e ginocchia flessibili.
Io ho sempre sbugiardato anche in discesa le tabelle cai, impiegando anche lo stesso tempo della salita, facendo i conti con cartilagini dolenti, equilibri precari, stanchezza e perché no, voglia di godermi finalmente il panorama.
Ma è difficile, tornare a valle.
Anche dopo un percorso accidentato e faticoso, tornare nel grembo pratoso e sicuro del quotidiano non è nè scontato né rassicurante.
Incastonarsi di nuovo in una normalità soffusa dopo gli strappi dell’ascesa, il sudore e soprattutto l’obiettivo, è estremamente faticoso.
Bisogna saperci stare, in pianura.
Perché in pianura ci sono milioni di possibilità mentre per salire bisogna solo camminare.
O arrampicarsi.
Ma la via è quella e la concentrazione è sulla fatica, o sul non sentirla.
Lo sguardo è solo avanti.
I gesti sono solo quelli.
In discesa e in piano ci si può perdere.
Ci si può distrarre, si dispone del tempo e spesso si spreca. Sopravvalutando noi e lui.
Se il tempo in salita è un baratto, in discesa è un’indulgenza.
Se in vetta avremo un panorama, a valle avremo un ritorno.
Se in cima ci attende una pausa, a fine giornata avremo un termine.
Bisogna essere capaci di scendere, di lasciare, di archiviare.
Bisogna, mentre scendiamo, saper fabbricare il ricordo.

Tempo

Arrivano questi luminosi giorni di tempo lento. Avrei voglia di scrivere ma non ho destinatari, lettori, orecchie e cuori ad attendermi.
È un lungo crepaccio su cui mi affaccio senza paura e senza slanci. Un’equidistanza che non so se sia conquista o rassegnazione. Maturità o apatia.
Contemplazione o pacata rinuncia.
È un accidente immaginato e un epilogo schivato.
Sbroglierò la matassa, cucinerò il tempo, segnerò i passi e darò un senso ai pensieri.
Questo è il momento dei battiti regolari, del ricordo degli irregolari, del riprenderli, i sensi, e poi farne parole.
È un tempo di silenzi e cicale, di echi e profondi sottofondi.
Tempo di tessitura, tempo di paziente, vigile attesa