Ritrovarsi

Se mi ritroverai alla fine della strada non sarà perché sono stata più veloce, no.
Ma perché ho volato.


Per farmi ritrovare esattamente dove mi ero soffermata.
Ti ho taciuto il mio superpotere perché non mi era mai servito con te, abbiamo sempre calpestato volentieri la terra.


E sai quanto amo camminare.
Ma se posso volare, la mia mente riesce a farlo e credo anche la tua.


È la salvezza dei prigionieri e degli infermi e la sopravvivenza dei condannati.


I sogni non li governi, i passi li posso immaginare ancora con te.

Io e lo yoga

La cosa davvero buffa, a tratti surreale, che continua a capitarmi, un gigantesco bias che affligge alcuni è il fatto che ancora qualcuno timidamente si avvicini e mi chieda: lei è quella che è andata sul Rosa? (spesso, sul Bianco, ma so’ ragazzi).

Io mi volto pensando che sia sempre uno dei miei compagni di classe burloni che non hanno ancora smesso di prendermi per il culo e invece si tratta una domanda vera. Corredata da attesa sorridente della risposta.

Vorrei tanto rispondere che sono soprattutto una che vorrebbe TORNARE sul Rosa.

Un obiettivo, un sogno, una promessa disattesa.

E allora sfarfuglio, arrossisco, balbetto, e per la prima volta in vita mia benedico la mia timidezza che si capisca, perDio, che mi sento una piccola scema di fronte alla montagna. Che ci ho provato. Come provo a vivere, ogni giorno, è non è, a volte, impresa meno complicata.

Che l’arte di abbandonare i sogni l’ho imparata da piccola, ma che fa sempre un po’ male, anche da grandi.

La cosa incredibile è che mi si abbini a un evento sportivo: io che sono un tronco instabile da sempre.

Ora le persone illuminate che ho attorno, che sono capaci di meditare, respirare con cognizione, che sanno che il reiki non è un tipo di sushi, come speravo, mi invitano allo yoga.

E allora vorrei raccontare qui, per beccarli tutti insieme, il mi approccio allo yoga, iniziato con seri intenti due anni fa, ma durato 40 minuti scarsi e finito nel peggiore dei modi.

Già dal mio ingresso in aula avrei dovuto immaginare che non era il mio posto.

Io, in maglietta dei kiss, leggins di batman, calzino fluo giallo (in tinta con i batman orrendamente dilatati sulle cosce) e (orrore!) cellulare in mano acceso, entro e saluto (orrore2) persone già in trascendenza tutte vestite in gradazione tra il bianco e il beige in tessuti naturali e soprattutto scalze.

La pratica inizia con un fluire di parole con tono calmo ma senza alcun accenno di silenzio. Una lentezza insopportabile, e una smania che mi sale, per contraltare, che sfocia improvvisamente, mentre cerco di capire quale sia la gamba destra e dove diavolo vada indirizzata e il fine della contorsione proposta, nello squillo del mio cellulare. Allora la mia suoneria era la marcia dei film di Alberto Sordi, la trombetta allegra che sanciva la coatta in dormiveglia che è in me.

Ancora oggi non riesco a immaginare contrasto più efficace.

Mi precipito a silenziare telefonata inopportuna di Madre facendo una gamma di rumori molesti probabilmente mai avvertiti in tutte le lezioni tenute fino ad allora e sopravvivo ai fulmini e alle madonne di ogni allievo ferito nei chakra dalla mia incapacità di stare al mondo.

Penso che se esco viva di qui, posso affrontare qualsiasi cosa e andare fiera, incontro alle prossime, numerose figure di merda che mi attendono fiorenti, nella vita.

Mentre figure sinuose e piumeggianti si alzano sulle mani in contorsioni irreplicabili, la mia posizione del cobra termia con una sonora panciata sul pavimento per cadimento braccia.

Lì decido che il mio posto è decisamente terreno, carnale, e che l’ascensione animistica attraverso la tensione muscolare la cercherò in un altro modo. Domani.
Suggerimenti?