Una donna normale

Ieri l’associazione Senonaltro, attiva per la lotta ai tumori al seno e il supporto alle donne in cura, ha organizzato nella bellissima cornice dei chiostri della Ghiara, a Reggio Emilia, un reading collettivo.

Questo il piccolo monologo che ho scritto

Ero una donna normale.

E non lo sapevo.

Mentre per un periodo confuso e caotico della mia vita da ragazzina volevo essere speciale, volevo distinguermi, e a volte dicevo addirittura che volevo morire.

Per un lungo arco di tempo, forse sempre troppo lungo, o forse troppo breve per capirne il profondo significato, il mio più grande desiderio è stato quello di tornare ad essere una donna normale.

Normale, nella straordinaria ingiustizia che è la malattia, è stato il mio percorso di diagnosi, poi di cura, e poi di lenta, faticosa, a tratti inaspettata rinascita.

Mi hanno tolto una parte di carne e mi hanno aggiunto una parte di luce, mi piace dire, scherzando sul mio seno diventato cicatrice, ricordo, ma prima terreno di battaglia, e podio, delle mie sudate medaglie.

Ma non c’è merito nel lottare per se stessi. Non eroismo, non gloria effimera.

La gratitudine, che forse sono riuscita ad esprimere solamente con gli occhi, più che attraverso le parole usate ed abusate, ai miei medici e alle mani e agli occhi che mi hanno curato, è la mia più grande vittoria. Le loro lacrime sincere, il mio sorriso rincorso e ritrovato.

Ho voluto, dicevo, tornare ad essere una donna normale, a lamentarmi per i pochi aperitivi con le amiche, a brontolare dietro ai figli e a lottare per togliermi di dosso un paio di chili.

Non a gioire per riuscire a trattenere nello stomaco qualcosa,  o per un turbante che si intona ai miei occhi segnati.

Eppure

Eppure ricordo con tenerezza il periodo della malattia, che ora è alle spalle ma che è rimasto tatuato sulla pelle ed è ombra evaporata, che resta ad aleggiare sopra, le mie spalle stanche e forti.

E’ un periodo costellato di volti, di frasi rimaste impigliate nelle orecchie. L’intonazione grave della diagnosi, lo scintillio della allegra positività dell’infermiera.

Il panorama fuori dalla finestra, il modesto skyline della mia città, che mi appariva bella e irraggiungibile, mai abbastanza apprezzata, mai abbastanza vissuta, esattamente come la mia vita.

 

 

 

La Candida

Qualche tempo fa la Associazione Senonaltro, attiva realtà a supporto delle donne colpite da tumore al seno, mi ha omaggiato di una “bambola”, una sagoma di legno anonima, da vestire e reinventare a scopo benefico.

Il risultato frutto di mani imbranate come le mie non rende giustizia al personaggio che ho voluto ricordare, un personaggio della mia città, Reggio Emilia.

Questo il mio ricordo per lei.

Era una figura che scompariva dalla mia mente e ricompariva ogni volta che andavo in centro con mia madre.

Prima bambina, poi ragazzina, poi adolescente, poi sempre un po’ più grande.

Sapevo che l’avrei ritrovata sempre lungo le stesse vie, sempre con lo stesso sguardo trafiggente anche se sfuggente, una apparente distrazione che però a me arrivava come un invito a una confessione, come uno scandagliare i pensieri, come elencare una ad una le mie, di distrazioni, le mancanze, le superficialità.

Compariva e scompariva e poi, un giorno come un altro, è scomparsa davvero.

Magari per un po’ abbiamo continuato a cercarla con lo sguardo, a immaginarla aver appena girato l’angolo. Poi lo abbiamo saputo.

E’ morta la candida.

Senza cognome, chissà dove, chissà pensando a cosa o a chi.

Non so esattamente in quale anno sia evaporata, da quei madoni che ha solcato probabilmente per tutta la vita. Forse non è nemmeno così importante, forse nessuno è rimasto, a celebrarla, ogni anno, la data della sua morte.

Ma è rimasta lei, nei ricordi sbiaditi di tutti noi e allora forse è questa, la memoria più importante. Riecheggia nelle nostre orecchie il Ciao Nani, seguito da una certezza: la richesta di una sigaretta, cinque o dieci mila lire a seconda forse dell’astante, del suo umore o del suo reale bisogno. Si può vivere a rate di poche lire? Si può vivere a mano tesa?

Dicevano che le 10 mila lire le aveva sempre guadagnate negli anfratti dei portoni, con gente di passaggio.

Dicevano, per cacciarla ancora più giù, tra gli ultimi, che faceva la pipì in piedi.

Pensando di scipparle persino la dignità, cacciando nella testa una immagine impietosa quanto inutile.

Per affossare un’anima e avere mille lucide scuse per dimenticarsela.

Non ho mai sentito una donna pronunciare condanne benpensanti.

Candida eppure cosi temuta, la sua anima scura.

Ma chi lo ha deciso, che era scura?

Candida era il nostro specchio, installato proprio lì, nei suoi occhi lucentissimi e blu. Lo specchio di quanto siamo disposti a scendere a patti con la nostra ipocrisia.

Quante volte mi sono chiesta l’essenza della differenza tra guadagnare 10 mila lire in un angolo buio e fare o dire qualcosa per compiacere, per ottenere, per elevarmi.

E per giustificare trovare altri alibi, altre scuse.

Quanto era distante la Candida dalle nostre vite di varichina?

Quanto ci proteggono le nostre case, dalle piccole prostituzioni che ingaggiamo ogni giorno, anche senza accorgercene, cullate da coscienze perdonate a prescindere, abbigliate di vestiti puliti che parlino per noi, traballanti su tacchi sopportati per rimarcare un potere effimero, forse addirittura concesso, che altro non è se non arma scarica nelle mani di donne non meno esposte, non meno scippate della loro dignità?

Quanto siamo lontane dalla Candida?

E quanto ci ha procurato disagio? Forse più lo abbiamo zittito, quel disagio, più quello specchio era limpido, senza aloni, senza trucchi, senza tende da scostare.

Forse un po’ la Candida resta impigliata, con le sue misteriose borsine traboccanti di ricchezza, empatia, semplicità e forza, tra le pagliuzze delle nostre iridi, altrettanto lucenti.