E’ Arrivato, è arrivato!!

Finalmente è uscito, nelle librerie e nelle piattaforme on line. S scriverlo è stato naturale perché non pensato e non creato per la pubblicazione, difficile è stato lasciarlo andare. Dentro c’è la parte di me che ho voluto prima negare poi nascondere, poi ho dovuto accogliere e infine amare.

Qui la quarta di copertina

Questo libro è un viaggio: un viaggio all’inseguimento di un respiro. La sua attesa, la conquista, poi ancora una rincorsa per riafferrare questa aria che sfugge, che manca e che torna, finalmente. Una scalata invisibile condotta tra malattia, trapianto, rigetto e una serie di rinascite fino alla scalata vera, oltre i 4000 metri, per celebrare la vita, e i suoi incontri. Un viaggio dentro e attorno a un’anima nuda, che si narra senza censure in un diario di cinque anni che nasce come blog privato e inaccessibile, e che ora viene pubblicato. Perché il dolore, l’ironia e il disincanto di questa fortissima vicenda umana siano di tutti e in cui, ognuno, possa ritrovare un pezzetto di sé. Un’alternanza di sofferenza, e leggerezza, poesia e fotografia di un quotidiano (stra)ordinario.

https://www.falzeaeditore.it/

Io e lo yoga

La cosa davvero buffa, a tratti surreale, che continua a capitarmi, un gigantesco bias che affligge alcuni è il fatto che ancora qualcuno timidamente si avvicini e mi chieda: lei è quella che è andata sul Rosa? (spesso, sul Bianco, ma so’ ragazzi).

Io mi volto pensando che sia sempre uno dei miei compagni di classe burloni che non hanno ancora smesso di prendermi per il culo e invece si tratta una domanda vera. Corredata da attesa sorridente della risposta.

Vorrei tanto rispondere che sono soprattutto una che vorrebbe TORNARE sul Rosa.

Un obiettivo, un sogno, una promessa disattesa.

E allora sfarfuglio, arrossisco, balbetto, e per la prima volta in vita mia benedico la mia timidezza che si capisca, perDio, che mi sento una piccola scema di fronte alla montagna. Che ci ho provato. Come provo a vivere, ogni giorno, è non è, a volte, impresa meno complicata.

Che l’arte di abbandonare i sogni l’ho imparata da piccola, ma che fa sempre un po’ male, anche da grandi.

La cosa incredibile è che mi si abbini a un evento sportivo: io che sono un tronco instabile da sempre.

Ora le persone illuminate che ho attorno, che sono capaci di meditare, respirare con cognizione, che sanno che il reiki non è un tipo di sushi, come speravo, mi invitano allo yoga.

E allora vorrei raccontare qui, per beccarli tutti insieme, il mi approccio allo yoga, iniziato con seri intenti due anni fa, ma durato 40 minuti scarsi e finito nel peggiore dei modi.

Già dal mio ingresso in aula avrei dovuto immaginare che non era il mio posto.

Io, in maglietta dei kiss, leggins di batman, calzino fluo giallo (in tinta con i batman orrendamente dilatati sulle cosce) e (orrore!) cellulare in mano acceso, entro e saluto (orrore2) persone già in trascendenza tutte vestite in gradazione tra il bianco e il beige in tessuti naturali e soprattutto scalze.

La pratica inizia con un fluire di parole con tono calmo ma senza alcun accenno di silenzio. Una lentezza insopportabile, e una smania che mi sale, per contraltare, che sfocia improvvisamente, mentre cerco di capire quale sia la gamba destra e dove diavolo vada indirizzata e il fine della contorsione proposta, nello squillo del mio cellulare. Allora la mia suoneria era la marcia dei film di Alberto Sordi, la trombetta allegra che sanciva la coatta in dormiveglia che è in me.

Ancora oggi non riesco a immaginare contrasto più efficace.

Mi precipito a silenziare telefonata inopportuna di Madre facendo una gamma di rumori molesti probabilmente mai avvertiti in tutte le lezioni tenute fino ad allora e sopravvivo ai fulmini e alle madonne di ogni allievo ferito nei chakra dalla mia incapacità di stare al mondo.

Penso che se esco viva di qui, posso affrontare qualsiasi cosa e andare fiera, incontro alle prossime, numerose figure di merda che mi attendono fiorenti, nella vita.

Mentre figure sinuose e piumeggianti si alzano sulle mani in contorsioni irreplicabili, la mia posizione del cobra termia con una sonora panciata sul pavimento per cadimento braccia.

Lì decido che il mio posto è decisamente terreno, carnale, e che l’ascensione animistica attraverso la tensione muscolare la cercherò in un altro modo. Domani.
Suggerimenti?

Fuoco che si fa lava

In questi giorni di bollettini medici infiocchettati di sorrisi, infarciti di speranza come vecchie “luisone” ripiene di crema fresca, torno a sentire un antico mantra, benevole, spronante: ma tu sei una roccia.
Ho sempre risposto di sentirmi tutt’al più una roccetta franata e anzi talvolta pericolosa per chi sta sulla mia strada.
Solo in questa occasione voci preziose mi hanno fatto capire che altro non sono se non un pezzetto di lava.
Ciò che era fuoco e che si è trasformato in qualcosa d’altro.
Certo meno spettacolare ma anche meno distruttivo.
Certo meno epico, bruttarello, per giunta costellato di pori, buchi, pertugi in cui può entrare di tutto.
Ma è memoria di ciò che è stato che si può portare in tasca e, come mi hanno detto, la lava e’ fertile e non distruttiva come il fuoco.
Sto riempiendo questi pori di gratitudine, amore e vita e mi sento più viva che mai.

Il Rischio zero non esiste

Mentre la dottoressa mi sciorina i possibili sipari che si apriranno sui miei polmoni post broncoscopia la mia mente corre sui ghiacciai del Rosa.

In testa ho una sola domanda ma è una domanda che non ha, non può avere, ora, risposte definitive. Non riuscirò mai ad arrivare a capanna Margherita?

<Avevi ragione tu.>, mi dice.< Se avessi visto le tue prove funzionali per me era tutto a posto. E invece hai richiesto una TAC e la tac dice altro: c’è una infiammazione. Rispetto a prima del vaccino la situazione è diversa: dobbiamo indagare>. Mi rassicura e stranamente riesce nell’impresa. Ma mai come oggi avrei preferito sbagliarmi

Lo sapevo. Ma il vaccino anti Covid l’ho fatto lo stesso. L’ho aspettato, l’ho chiesto, l’ho ottenuto. Nonostante lo scorso ottobre avessi ricavato una polmonite intersiziale post vaccini anti influenzale e anti pneumococco.

Ho sentito quattro specialisti, ho ragionato con le mie pneumologhe e infine ho scoperto il braccio con una fiducia da pioniere, con la sensazione di fare la cosa giusta, che è il respiro più ampio che tutti possiamo fare.

 Ma giorno dopo giorno, dopo quella prima somministrazione di Pfizer, ho sentito che c’era qualcosa che non andava. Le prove spirometriche, ancora, reggono: ho la stessa funzionalità respiratoria di quando sono salita sul Balmenhorn, forse un paio di punti in più. Sotto sforzo non desaturo ancora troppo.

Eppure.

Eppure le rampe di scale stavano diventando impegnative. Un breve giro in bicicletta, in un pomeriggio incantevole, mi ha convinta a non dubitare più delle mie sensazioni. A non ascoltare chi mi dava dell’ansiosa, addirittura dell’ipocondriaca. Una reazione, evidentemente, c’è stata.

Ma se ho sempre portato a casa la pelle, finora, è perché sono corsa al pronto soccorso alla prima febbre, in passato, o, come ora, perché sento che il mio respiro non mi supporta più come prima e insisto per farmi visitare.

Per una come me, sentire di nuovo il respiro corto è come scoprire un tradimento. Uno spettro, un retropensiero che nello spezio di un respiro immobilizza tutto e ricaccia indietro all’ossigeno, all’immobilità, alla rinuncia di una parte di sé: quella dinamica, quella sana.

Perché vi racconto tutto questo?

Non per spaventare.

Non per essere strumentalizzata dai no vax. Al contrario.

Ho assunto il rischio: non esistono, dai dati inglesi e americani, già disponibili, casi come il mio. Nessuna dispnea, nessuna reazione rilevante in trapiantati, immunodepressi, affetti da fibrosi cistica, diabetici, bionde svampite come me.

Sono ufficialmente la Bridget Jones della pneumologia mondiale.

Ma grazie a questa infiammazione ho ottenuto indagini diagnostiche che non erano considerate necessarie fino a ieri, a cui spero di sottopormi il prima possibile, per intervenire e arginare un eventuale danno.

Il rischio zero non esiste mai. E ascoltarsi, e farsi ascoltare, è la base per prendersi cura di sé.

Certo ho paura. Non so ancora cosa dovrò affrontare e di certo mi aspettano dosi di cortisone che mi faranno, ancora, assomigliare a un kuokka. Ora che la mia faccia era appena tornata.

Ho ricevuto parole che m mi hanno allungato il respiro, tanti “ti aspetto” e “sono con te” che sono medaglie al valore preventive, di quella che si annuncia una battaglia. Quanto lunga e aspra, spero di poterlo raccontare qui, man mano.

Non sono pronta a ricavarne, ancora una volta, un insegnamento. Sono delusa, arrabbiata e impaurita.

Sono nella fase dello smarrimento, ma una cosa la so: non ho ancora rinunciato ai progetti che stavo, che sto mettendo in calendario.

E se non potrò dire Guardami adesso dirò Adesso vi guardo io, e vi aspetterò alla fine dei cammini. O al rifugio, per accogliere i racconti delle vostre vette.

Perché sarò sempre capace di fare almeno tre cose: ridere, chiacchierare e bere un Negroni.

nella foto: in salita