Elogio dell’ignavia


Ieri ho ascoltato la quarta puntata di un podcast bellissimo sul camminare, realizzato dalla mia amica Frò Sanzo.
Ieri parlava del coraggio di perdersi.
Del momento in cui decidi, consapevolmente a volte, di perdere l’orientamento.
Sul sentiero, o nella vita.
È un atto di grande responsabilità che io, coscientemente, forse non ho mai fatto.
Forse perché il senso dell’orientamento è cosa lontanissima da me e vivo il brivido di dover sempre ritrovare la macchina, imboccare una via sconosciuta, ritrovarmi in loop a Cavazzoli senza motivo, praticamente ogni giorno.
Quindi non lo vado a fare apposta o non rivedrei più la mia famiglia 😅.
Però a volte ho la lucidità di spostami. E lo annuncio, per timore che mi si lasci scivolare nell’oblio e nell’abitudine della assenza.
Guarda, mi sto spostando.
Ehi, ti tiro per la giacchetta, mi metto di fianco.
Scusa, vllevo dirti che mi metto un attimo qui, magari non dovessi trovarmi subito.
Per il dispiacere di perdere le persone resto nei paraggi.
In un angolo, come a dire: mi vedi ? Resto qui, se vuoi ci sono.
Una vigliaccata, una debolezza spacciata per lucida centratura.
Una mollezza che ho accolto e a cui ho creato spazio, significato.
La reazione tiepida, la non reazione, l’indifferenza ho imparato a gestirle, forse contemporaneamente all’abitudine a stare tanto con me.
Un’ incapacità di andare lontano, o forse, proprio perché sono stata lontanissimo, gironzolo nei paraggi e lascio ogni porta socchiusa, senza chiavi, senza neppure concepire il gesto di abbassare la maniglia.
Non devi neppure bussare, per trovarmi.
Basta affacciarti.
Anche in ospedale volevo sempre la porta aperta.
Prima perché ero convinta che se avessi avuto una crisi, nonostante il monitoraggio degli schermi preposti nella semi intensiva, nessuno se ne sarebbe accorto o lo avrebbe fatto troppo tardi. Forse non pensavo di valere una corsa.
Poi, banalmente, per solitudine.
Il via vai del corridoio mi illudeva di essere parte di qualcosa di vitale, indaffarata, veloce routine di reparto. Piedi in movimento contro immobilità.
Quindi non credo mi perderò, non fino a quando non avrò il coraggio di tornare a camminare da sola, non fino a quando saprò che la gamba potrebbe farcela e le risorse per ritrovare la strada andrebbero solo ripescate da qualche parte dentro un intreccio di consapevolezze e illusioni che sta ancora formando la sua trama.
Intanto gironzolo, guardo cartine senza capirle, ma riesco sempre a guardare il cielo, in loop.

Io, lui l’altro e il disorientamento

Devo ammettere che ormai io e google maps (che chiameremo mappy) siamo una coppia di fatto.


Abbiamo una frequentazione tormentata, fatta di compromessi e incomprensioni, ma dura a morire.


Io, anarchica e dedita al “sesto senso” spesso sono refrattaria alle sue indicazioni perentorie e all’ennesimo imperativo senza alcuna inflessione ma con gli accenti messi a cazzo, la femminista sopita si ribella nel momento più sbagliato e torna dall’altro.


Con questo altro ho una torbida relazione di vecchia data, anche questa a singhiozzo: non sempre si fa trovare, a volte scompare, a volte lo ignoro io.

Ma il vecchio, sgarrupato Cartello avrà sempre un certo effetto su di me. E più è stinto, malconcio e imbrattato di spray più evoca in me quella tenerezza che mi frega sempre.

In fondo se è ancora saldo e piantato lì, sarà affidabile.


Quando mappy mi becca con Cartello, stizzito, emette il suo grigio e cupo ricalcolo. Ma a ogni rielaborazione del percorso io divento più insofferente e, attenzione,: mi gioco la carta “primo che passa”.
E spavalda, come una senza batteria del cellulare o turista krukka, CHIEDO.


Tanto non recepisco alcuna informazione utile. Improvvisamente Annuisco come se abitassi nel quartiere dalla nascita, sorrido come a dire comehofattoanonpensarci, chesbadatella, ma insomma, riaffermo la mia libertà di scelta.


Quindi, un po’ seguendo mappy un po’ il cartello va a finire che non vado da nessuna parte.

Giro come la bambola della Patty Pravo con la stessa prontezza di riflessi e senso dell’orientamento.


Insomma questo pendolarismo morale tra cartello e mappy mi provoca un brivido dietro l’altro, grazie al senso di smarrimento che mi porta a immaginarmi COL BUIO nella periferia più malfamata del paese dietro l’ultimo bus arancione semideserto e #senzabenza, che è un po’ la mia condizione esistenziale da sempre, corretta puntualmente da un padre lungimirante che mi regala il pieno, e me lo comunica immancabilmente ricordando coordinato a scuotimento del capo quella volta a 23 anni che è dovuto venire a prendermi, perché la mia Micra blu elettrico si era inchiodata proprio su un cavalcavia.
E finalmente, quando uscendo dalla macchina con il cellulare in mano sbatto il ginocchio contro il cruscotto e “ringrazio”, arriva google-suocera a ricordarmi le buone maniere.