4 anni


Non avrei mai pensato, prima del trapianto, di pubblicare foto come queste.


Ma ora che è tornato l’ossigeno, almeno durante l’allenamento, ho uno sguardo diverso.
Che ho capito, è (quasi) l’unico che conta.
Guardami adesso rivendicava una rinascita, un affrancamento proprio da questi odiati tubicini.
Il fatto che io ora li veda come un mezzo per continuare ad allenarmi, e ne sia tutto sommato grata, lo devo a tutto ciò che è successo dopo il trapianto.


Lo devo a chi ha letto e apprezzato Guardami adesso scrivendomi un po’ della propria anima.
Così come ho festeggiato il mio nuovo respiro, ora accolgo i suoi nuovi limiti, così nuovi eppure già conosciuti.


Non chiedetemi cosa è successo, non vi risponderò qui.
Non perché improvvisamente presa da una ritrosia immotivata, ma perché so che ogni percorso è profondamente diverso e anche lo stesso nome, la stessa ferita patologica, su pazienti diversi si rimargina, o no, in modi diversissimi.


Io stessa ho sofferto di altre storie, altri epiloghi, forse senza mitivo che non fosse una profonda empatia, più che una pre – occupazione per il mio destino.
Ringrazio chi capirà il senso di questo messaggio
Chi non mi chiamerà guerriera.
Chi continuerà a guardarmi per quella che sono, una scema nell’anima profondamente grata alla vita. Chi mi terrà vicino, anche a mezzo respiro.
Che se non si espandono i polmoni il cuore se ne frega e si espande di più.


Ammettiamolo però: non è affatto facile. Non lo è per niente.
Non è sempre resiliente, non propositivo.
Essere attaccata a un guinzaglio o meglio a una fonte di vita per fare quasi ogni cosa è, credo, per la maggior parte delle persone, inimmaginabile.
Però questa fonte di vita mi permette di essere qui e fare ancora qualcosa.
Qualcosa di bello.


Se poi ci pensiamo bene abbiamo tante catene.
Io nel momento in cui credevo di essere più libera ero legata al guizaglio dell’illusione.
Attanagliata dal cappio dell’apparenza nella forma della dimostrazione anche agli altri, non solo a me stessa.
Di quel guinzaglio mi sono liberata proprio grazie a questo.
Qui ho deciso di mostrare la reazione, la possibilità.
Ci sono anche la lagna, lo sconforto, la sconfitta, la delusione, lo smarrimento e un buio tanto buio che non si vede nemmeno fino in fondo. Soprattutto per risposte che non arrivano, o forse non ci sono.


Ma le sconfitte si somigliano tutte, per parafrasare male e capivolgere Tolstoj, mentre l’ ostinazione ha sempre una follia tutta sua.

Pizzini Casati

Ultimo allenamento
Dal rifugio Pizzini al rifugio Casati, nella ( per me) sconosciuta Valtellina, a 3269mt, una terrazza direttamente sul maestoso ghiacciaio del Cevedale.
500 metri di fatica, dolore, difficoltà.
Ma anche di vicinanza, accudimento, sconforto e finalmente, stremata, l’approdo al rifugio.
Per la prima volta, invitata da una scivolata nelle mie scarpette inadatte ai numerosi nevai, ai guadi e alle rocce, ho pianto.
Di fatica, di inadeguatezza, di gratitudine verso chi era lì ad aspettare il mio passo (come quasi sempre Rosy 😇e poi Marcello che ci ha raggiunto in corsa, che hanno assistito ogni metro)

Nella salita a braccetto con i limiti ho perso tanta bellezza. Sembrava che gli occhi incontrassero solo la neve che mi avrebbe bagnato i piedi, le rocce spigolose e troppo scure stagliarsi sul ghiacciaio immobile e in movimento, nei suoi rivoli furiosi.

Le trincee arrugginite e accumulate ai bordi degli ultimi metri di pietraia, finalmente inutili, ma lasciate a testimoniare un combattimento ben più aspro del mio, e che mi riportavano sangue e vite sacrificate un tempo infinitamente lontano, quando invece non potevo non pensare che le facce gentili dei giovani alpinisti diretti al Casati saranno state proprio identiche ai ragazzi tremanti di freddo e paura a difendere i confini nella prima guerra mondiale.


Oggi abbiamo una coppa per sentirci popolo unito e trionfante.


A me, che non sono migliore, basta sfidare il corpo e la mente ai limiti della sopportazione per fare tutto ciò che posso finché posso.

Nessuna guerra, nessun nemico.


Anche se sembra anche a me, a volte, di essere in pericolo imminente, quando il respiro manca e si guarda in su e si vede il sentiero tra le rocce, troppo verticale per la stanchezza che piega, troppo lungo ancora da inventarsi aria che non entra.


Ma poi si arriva.
E il freddo del rifugio è comunque più caldo del vento che nei punti più esposti fa sentire nudi e instabili ma fa almeno alzare la resta, che guardare in basso è peggio e non è ancora il momento di festeggiare il percorso affrontato.


Si entra e il mio zaino si appoggia accanto a quello di Rosy, (che dentro ha la mia Bombola d’ossigeno, per emergenza, quasi 5 kg) e a quelli di tutti, fatti con più sapienza, che a me manca sempre qualcosa e tocca mendicare un fazzoletto, un guanto infilato troppo in basso, una bustina di miele in chissà quale tasca. Le scarpette senza ormai alcun grip e troppo basse per la salita staranno a cristallizzarsi di acqua sulle mensole accanto a scarponi pronti ad aggredire il ghiacciaio, domani mattina.

Un tè caldo, uno strudel e visi amici gridano che sei al sicuro. Il pianto non è più sconforto ma liberazione e gratitudine. È scherzare sui sacchetti domopack di Marcello in cui aveva accuratamente riposto il mio libro nello zaino e la frutta secca che sono diventati isolanti per i miei piedi fradici, e le altre fragili rocce che sono così fragili da aver pure raggiunto cima Solda, nel frattempo ed essere tornati giù per una meritata birra.


E poi la cena ultracalorica, la camerata da gita che assomigliava più alla stanzetta spoglia di padre Pio, e il giorno dopo, un’alba indispettita da una spolverata di neve, la discesa lenta, sotto un Gran Zebrù che non oserei mai nemmeno pensare di raggiungere ma che, immobile a beffarsi del mio goffo dimenarmi, accompagna pensieri finalmente leggeri, tutti di gratitudine per un altro spicchio di terra, di sole e di cielo attraversati per onorare il tutto di cui sono parte.


E pensavo guardaci adesso, Marco. Quanti sei riuscito a portare così tante volte in montagna.