Il femminismo inconsapevole

Eccoti
Ti ritrovo esattamente 40 anni dopo.


Il colore è diverso ma sei tu, ora opaca, inutile e abbandonata.
La colpa è tua, e di un trattore.


Non mi ricordo quale dei due sia comparso prima nella mia vita di bambina a caccia di avventure.
Ma ti riconosco ed ora mi fai tenerezza, così inservibile.


Inservibile come spesso mi sono sentita io, negli anni. Sempre troppo tardi però, ma ho capito quanto fosse una bugia, un enorme abbaglio.


È successo un pomeriggio, a Marina di Massa.
L’estate del campeggio, quella della mia ripresa dopo un intervento, a sei anni.
Con mamma, papà che veniva il fine settimana, Giovanna e Camillo, la mia seconda famiglia, e Rolf, il pastore tedesco che era il mio unico amico, avendo il pregio, forse l’unico, agli occhi di mia madre e il meno importante ai miei, di non essere portatore di raffreddori e influenze.


Il campeggio era un insolito bacino di amicizie e scorribande finalmente libere, per me. Ma quello che seguivo più spesso era pur sempre Camillo, che era solito ogni pomeriggio, verso le sei, fare un giro con la sua piccola barca.

Identica a questa: l’aveva trasportata sopra il tetto della sua vecchia macchina marrone.
Un pomeriggio, dalla spiaggia, ha proposto di portare a pescare anche me e un bambino, di un paio di anni più grande, che spesso giocava con me.
Io però non sono potuta salire.


Perché?
“Perché sei una femmina
Dai, sono cose da maschi.” Mi ha liquidata, corredato dalla faccia sorniona del bimbo improvvisamente antipatico.
Credo di aver avuto una delusione, consapevole per quanto mi concedessero i miei ovattati sei anni.
Consapevole e incomprensibile perché era una ragione che sfuggiva al mio seppur povero carnet di spiegazioni.


In realtà mia madre aveva semplicemente messo in atto la sua proverbiale ansia, immaginifica di cadute, annegamenti e scenari catastrofici che sharknado scansate.
Ma questo lo avrei realizzato molti anni dopo. In quel momento mi sono sentita l’esclusa.
La discriminata.


La stessa cosa è accaduta una mattina, poco tempo dopo, quando mio cugino andò a fare un giro sul trattore del suo amico Robertino, vicino di casa delle estati in Appennino, tra animali e colline da scendere sdraiati per far girare la testa.


Robertino era un supereroe e il suo potere più eclatante era, appunto, il trattore di famiglia.
Successe ancora.
Io correvo zampettante dietro questa figura mitologica che era mio cugino (che era quello che rubava gli accendini e le uova delle galline per cucinare DAVVERO con i miei pentolini di plastica, che ogni volta diventavano lava incandescente e assumevano forme irrimediabili, prima di deliziare i palati con le uova più bio e al contempo più cancerogene possibili) e arrivava un altro no, da quel trono altissimo e rumoroso.


La stessa spiegazione.
Non “sei piccola”. Che era un fatto, certamente plausibile.
Sei una femmina”.
Ancora ha riecheggiato l’inadeguatezza.
Probabilmente è uno scenario comune alle bambine degli anni 80.
La cosa buffa è che non sono ancora salita su una barca come quella, né su un trattore.
Non ho ingaggiato battaglie per principio e raramente mi sono sentita discriminata. Né per essere donna né disabile.
Ma resta, forse, il vestito dell’esclusa a prescindere, della diversa, dell’eccezione.

La rivolta mimetizzata

Pare sia in atto una rivolta femminsta. Da ogni angolo spuntano proteste, dita alzate o puntate corazzate di politically correct, si grida nel tipico modo dei social: in silenzio e a botte di inglesismi.

Spesso l’unica vera rivolta che vedo è quella “rivolta a rivoltare” personaggi fiabeschi, frasi o immagini.

Certo, molto spesso la prevaricazione c’è. Eccome. Addirittura inconsapevole, sia da parte di chi la esercita sia, soprattutto e tristemente, da parte di chi la subisce.

Il paradosso a cui assistito è quotidiano: mi pare che la rivolta sia gridata, portata in corteo, a colori sgargianti, ma semplicemente su un muro di un colore altrettanto colorato che ne svilisce la scritta e quindi ne offusca il valore, ne copre il significato.

Donne che si appellano a quote rose, a pretendere una presenza, un ossequio o anche solo un riconoscimento, solo in quanto donne.

Come non vedere che sta proprio qui la contraddizione? Perché accontentarsi di esserci, quando non pretendere di essere chiamate per contenuto e spessore e non per il genere?

Natalia Aspesi parla di un femminismo lagnoso e vittimista e temo abbia ragione. Donne che gridano in piazza ma entro l’ora di cena, che poi il marito sbuffa se non trova pronto in tavola.

Donne che vogliono dire la loro opinione certamente competente ma poi se il fidanzato non segue il copione romantico mettono il broncio.

Quando lavoravo in una redazione completamente al maschile, oltre ad aver imparato moltissimo ed essermi divertita come non mai, dicevo allegramente al mio Direttore che fuori dalla porta, sotto il campanello c’era il mio portavagina. Che quando entravo lì non ero né donna né uomo né tantomeno femmina, che privilegi o discriminazioni riguardassero semmai il mio prodotto e mai la mia persona. Vale anche e soprattutto per la disabilità.

Ecco io quella scritta l’avrei comunque fatta in nero. Ma su un cartello, su una maglietta, non su un muro che verrà ritinteggiato magari con le mie tasse. Ma questa è una facile polemica etica che lascio al buonsenso e alla noiosa età adulta.