Cammino,cammino

E cammino, cammino…
Cammino sempre, appena riesco, appena posso.
Cammino per la me immobile nel letto, appesa a un
tubo di aria disinfettata.
Cammino per la me che verrà e dovrà ripiegarsi ancora,
rimettere l’anima in tasca, deprivata di questa libertà
così sprecata.
Cammino per gli sconosciuti immobili senza motivo e
senza coscienza. Per chi non ha conosciuto riposo imposto ed è fisso nella sua posa.
Cammino verso chi non mi ama.
Cammino via dalla mia testa barocca, e la porto sempre
con me. Pesante, urlante, invadente, inopportuna, divertente. La mia testa è la zia eccentrica col gomito un
po’ alzato, colorata e imbarazzante, che urla la verità
usando metafore creative, che seppellisce con una freddura, ma appellandoti “tesoro”.
La mia testa in fuga, da raggiungere a piedi, eppure in
cielo, in cerca d’aria e di nuvole, poi annoiata, a parlar
a tutti, sempre, a sproposito, di cielo.
(da Guardami adesso).
E finalmente un giro impegnativo, almeno per me.
da Rescadore al Battisti, sentiero 615, passando per il Passone, senza guardare le tabelle temporali, il dislivello, e nemmeno il sole che si è fatto sentire.
Ho sentito le mie gambe, sempre più sicure.
il mio respiro. Costante, fiero.
ho sentito la mia gratitudine e la voglia di tornare a camminare, la ricerca della fatica, quando non pesa niente se non lo zaino pieno di banane e acqua.
Grazie, come sempre, a chi mi accompagna

Una domenica di maggio

È una domenica di maggio, è il 1984. Una di quelle che, appunto, si ricordano persino 38 anni dopo.

Mi rivedo da fuori, per qualche secondo. Il cielo è blu come quando il vento ha ripulito ogni residuo dentro e fuori, intenso, generoso, nel vicolo di casa mia, intorno alle 9, arriva una sventolata frizzantina che davanti al sole si farà timida e zitta ma che intanto sulle braccia pizzica e ti fa il solletico.


Ho 9 anni e sono contenta. Esco di casa prima dei miei per gironzolare li attorno mentre li aspetto.
Indosso una gonna di cotone che mi arriva a metà polpaccio, fa un po’ la ruota e ha tre bande orizzontali: fucsia, blu e bianco.
La maglietta bianca ha un pappagallo sgargiante e sornione che nel mio personale codice di eleganza da novenne ( ma sospetto, immutabile) è impeccabile.


Ho ancora una foto con Rolf alla reggia di Rivalta e sono vestita così perché era diventata la mia divisa da missione speciale.
Mia madre l’aveva scelta con cura e mi aveva convinto mi stesse benissimo.


Ero uscita di casa saltellando: saremmo andati a prendere Giovanna e Camillo e avremmo aspettato i miei nonni e mia zia per andare a pranzo fuori.
Era una festa. Ero felice, ero intoccabile.
I miei in quella bolla di felicità e nervosismo di quando le cose devono andare bene per non scontentare tutti. Non la vedo, mia madre.
Non ne ho bisogno
So che è lì.
Da sempre sento il suo sguardo su di me, mentre mi regala il lusso di poter essere spensierata, quando qualcuno veglia, guarda le spalle.


Mi guarda saltellare, mi intima di non cadere, ma c’è un attimo.
Una frazione di espressione, che ho focalizzato solo oggi.
È quell’attimo in cui vedi la tua bambina che sembra star bene, saltella, è felice. Sembra una bambina come tutte le altre.
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È la tua bambina sensibile, quella che scrive le poesie, non è una cima in matematica ma scrive bene ed è simpatica.


E un flash ti attraversa le viscere.
Cosa la aspetta? Cosa sarà costretta a vivere, tra qualche anno? Quanto dolore riuscirà a stridere con questa gonna perfettamente stirata? Quanta immobilità al posto dei balzelli a ritmo di lady oscar?