Pizzini Casati

Ultimo allenamento
Dal rifugio Pizzini al rifugio Casati, nella ( per me) sconosciuta Valtellina, a 3269mt, una terrazza direttamente sul maestoso ghiacciaio del Cevedale.
500 metri di fatica, dolore, difficoltà.
Ma anche di vicinanza, accudimento, sconforto e finalmente, stremata, l’approdo al rifugio.
Per la prima volta, invitata da una scivolata nelle mie scarpette inadatte ai numerosi nevai, ai guadi e alle rocce, ho pianto.
Di fatica, di inadeguatezza, di gratitudine verso chi era lì ad aspettare il mio passo (come quasi sempre Rosy 😇e poi Marcello che ci ha raggiunto in corsa, che hanno assistito ogni metro)

Nella salita a braccetto con i limiti ho perso tanta bellezza. Sembrava che gli occhi incontrassero solo la neve che mi avrebbe bagnato i piedi, le rocce spigolose e troppo scure stagliarsi sul ghiacciaio immobile e in movimento, nei suoi rivoli furiosi.

Le trincee arrugginite e accumulate ai bordi degli ultimi metri di pietraia, finalmente inutili, ma lasciate a testimoniare un combattimento ben più aspro del mio, e che mi riportavano sangue e vite sacrificate un tempo infinitamente lontano, quando invece non potevo non pensare che le facce gentili dei giovani alpinisti diretti al Casati saranno state proprio identiche ai ragazzi tremanti di freddo e paura a difendere i confini nella prima guerra mondiale.


Oggi abbiamo una coppa per sentirci popolo unito e trionfante.


A me, che non sono migliore, basta sfidare il corpo e la mente ai limiti della sopportazione per fare tutto ciò che posso finché posso.

Nessuna guerra, nessun nemico.


Anche se sembra anche a me, a volte, di essere in pericolo imminente, quando il respiro manca e si guarda in su e si vede il sentiero tra le rocce, troppo verticale per la stanchezza che piega, troppo lungo ancora da inventarsi aria che non entra.


Ma poi si arriva.
E il freddo del rifugio è comunque più caldo del vento che nei punti più esposti fa sentire nudi e instabili ma fa almeno alzare la resta, che guardare in basso è peggio e non è ancora il momento di festeggiare il percorso affrontato.


Si entra e il mio zaino si appoggia accanto a quello di Rosy, (che dentro ha la mia Bombola d’ossigeno, per emergenza, quasi 5 kg) e a quelli di tutti, fatti con più sapienza, che a me manca sempre qualcosa e tocca mendicare un fazzoletto, un guanto infilato troppo in basso, una bustina di miele in chissà quale tasca. Le scarpette senza ormai alcun grip e troppo basse per la salita staranno a cristallizzarsi di acqua sulle mensole accanto a scarponi pronti ad aggredire il ghiacciaio, domani mattina.

Un tè caldo, uno strudel e visi amici gridano che sei al sicuro. Il pianto non è più sconforto ma liberazione e gratitudine. È scherzare sui sacchetti domopack di Marcello in cui aveva accuratamente riposto il mio libro nello zaino e la frutta secca che sono diventati isolanti per i miei piedi fradici, e le altre fragili rocce che sono così fragili da aver pure raggiunto cima Solda, nel frattempo ed essere tornati giù per una meritata birra.


E poi la cena ultracalorica, la camerata da gita che assomigliava più alla stanzetta spoglia di padre Pio, e il giorno dopo, un’alba indispettita da una spolverata di neve, la discesa lenta, sotto un Gran Zebrù che non oserei mai nemmeno pensare di raggiungere ma che, immobile a beffarsi del mio goffo dimenarmi, accompagna pensieri finalmente leggeri, tutti di gratitudine per un altro spicchio di terra, di sole e di cielo attraversati per onorare il tutto di cui sono parte.


E pensavo guardaci adesso, Marco. Quanti sei riuscito a portare così tante volte in montagna.

Il mio passo


Il mio passo, in montagna, è dettato dal mio respiro, è fatto dallo sguardo quasi sempre puntato alle rocce, ai piedi che mi precedono, con qualche pausa a testa alta, per essere inondata dalla luce e dell’orizzonte.


Il mio passo è fatto di gente che mi supera, quasi scusandosi, salvo poi voltarsi a guardare la mia fatica.
Guardala adesso, la mia fatica, che è fatta di tutti i passi che mi hanno condotto fino qui, ma non è ancora abbastanza da togliermi la voglia di salire.


Il mio passo è fatto dalla pesantezza dei giorni ed è spinto dalle risate, degli stessi, identici giorni.


Il mio passo è fatto da un “insieme“, che in montagna è un concetto che si dilata e regala solitudine salvifica, consapevolezza e volontà, di adeguarsi o meno, al mio passo.


Il mio passo si trasforma in riflessione.

Anche questi pensieri ruvidi sono arrivati in salita, cadenzati con i conti che faccio ogni volta col mio respiro. I patti, i compromessi, i tradimenti.


Il mio passo lento, incerto, ostinato, osteggiato, riaffermato, tifato, tollerato, biasimato non lo cambierei, ora, con altri scarponi esperti.


Il mio passo è composto da piume e farfalle e voli leggeri e da massi inamovibili invisibili ai più.


Il mio passo soprattutto, restituisce.

Come una piccola onda generosa, quello che ho donato finora.

La scelta

Una scelta è vera quando sei l’unica a crederci.


È evoluzione se non è appoggiata, sostenuta o capita.


È fede pura se chiamata ostinazione, autolesionismo, se irrisa o svalutata.


È una compagna di vita con cui soppesare sacrifici agli altri invisibili, spiegazioni che neppure verranno chieste o ascoltate, rinunce dolorose ma necessarie.


Una scelta che sa di solitudine è una vetta in costruzione, raggiungerla o meno è un passaggio secondario ed eventuale.

E la consapevolezza, soprattutto, è un’arma potentissima.

Solo che prima di tutto va rivolta contro se stessi.

Io e il Professore


Per festeggiare i 3 anni e mezzo con i polmoni che sento così miei, ma che di fatto, ricordo ogni giorno, mi sono stati ceduti, sono tornata al cospetto del Professore.


Il Cusna, che per me era solo un nome fino a pochissimo tempo fa, una foto di una croce di ferro e sassi, a 2121 mt, dalle parti di Villa Minozzo, nell’amato appennino reggiano.


Non sempre sono stata degna di raggiungerlo, ogni salita mi è sembrata infinita, sfiancante, eterna.
Affrontata a testa bassa, ma ogni volta in cui ho alzato la testa, cielo e terra nel loro mix colorato mi hanno fatto sorridere.
Sono lenta, in salita
Nei cammini, nei gruppi, sono sempre la “guardiana dei culi”
Ho il mio passo da lumachina
Perché come una lumachina mi porto dietro, sempre, tutto: la mia storia clinica, la enorme fatica con tutte le cause fisiche ( polmoni in alterne fortune, che poveretti devono sempre riprendersi da qualche sfiga capitata, ipoglicemie, muscolatura difficile da costruiree mantenere, cartilagini sfilacciate, tendini provati…) e paure frenanti.
Ho uno zaino pesante che sulle spalle, ma soprattutto nella testa, un passo via l’altro, pesa, ma non è delegabile. Non esista sherpa in grado di alleggerire una testa, pompare aria, liberare l’anima

Ma vado, provo, mi fermo, sbuffo, sorrido come e quando posso, le parole le lascio fluire nella testa e lascio a riposo, se posso, le corde vocali

A volte mi dispero e mille e una volta vorrei fermarmi

Questa volta non mi sono fermata

Ho portato in vetta il mio donatore e il suo pensiero, così astratto e impalpabile, senza volto e senza nome come un vento a favore.

Io e il Professore