Come esce il dolore

Il mio nonno ungherese parlava poco.
Credo che osservasse molto, in compenso, dietro i suoi occhiali, con occhi verdissimi e severi, ma traditi dal mezzo sorriso beffardo che riservava agli esseri umani.

Quello pieno, e intimo, era merce dedicata a Pancio, il suo cocker spaniel che mio padre, da ragazzo, pensò un giorno di portare a casa, a sorpresa.
Quando parlava però, riusciva ad essere incisivo come pochi.
Un po’ per quell’accento che solo un ebreo ungherese che vive a Firenze può avere, un po’ per la sua capacità di sottolineare le parole, e le sillabe importanti di quelle stesse parole.


La vecchiaia è ripuGNAnte, diceva sempre.


Nonostante fosse ancora piuttosto attivo, lavorava ancora nel suo studio dentistico, sempre con Pancio sotto la sedia ( erano gli anni 80, si poteva tutto) e nonostante, soprattutto, la guerra, i lutti, il campo di lavoro in cui era stato prigioniero in Russia e da cui si dicesse fosse stato liberato da un ufficiale a cui aveva salvato la vita, erano la vecchiaia, gli acciacchi, i dolori, il non-poter-più, ad essere ripugnanti.


Mai nulla uscì dalla sua bocca sull’olocausto.
Mai.
Se il dolore non si racconta, esce comunque. Trova una via, un rivolo, una parola definitiva per affacciarsi e farsi almeno indovinare.


Ripugnante
E poi si curi, lanciando una pallina, infinite volte, seduti su un divano.

La camera oscura

Ci sono persone che in un anfratto nascosto hanno la camera oscura.


Li le immagini si inprimono, dallinvisibile meritano il visibile, dal buio alla luce, dell’oblio al sempre.


Spesso non si intuisce neppure l’esistenza della camera oscura, qualche immagine esposta, per chi sa osservare.

Una porta che sembra chiusa e invece spesso è socchiusa.
A volte rotta.


Qualche giro di chiave, per chi sa ascoltare.


E sorrisi splendenti e lampi negli occhi e balzi e corse dopo la pietrificazione nera, di un dolore in un baule.


Un dolore così nero da essere cratere, poi costruire mura, e poi, infine, diventare camera oscura, ombra da cui nasce luce.