Docce

Mi capita quasi sempre sotto la doccia.
Da anni.
Guardo le confezioni dei bagnoschiuma, degli shampoo, dei balsami.
E penso: quante ne avrò già consumate, nella mia vita?
E quante ne consumerò ancora?
Mi capita nella doccia perché si sa che l’acqua calda sulla testa favorisce il ponderare dei massimi sistemi ma succede per ogni cosa: il dentifricio, i litri di acqua, i pacchi di pasta.
Una volta, giuro, sono riuscita a chiedermi, in una tranquilla conversazione con una vegana, (e non era provocazione, semmai una delle mie gaffes involontarie), quanti maiali avessi già potuto mangiare. Me lo ero chiesta in realtà un giorno in autostrada, passando a fianco del classico camion di animali ammassati, dalle cui inferriate intravvedevo un po’ il rosa delle cosce pressante e un po’ il grigio del fango secco sulle loro zampe.
Sebbene sia una visione dolorosa, non ho mai avuto la necessaria forza interiore di rinunciare alla carne. Ma questo è un altro, spinoso discorso.
Penso a volte al ciclo della vita in termini di consumo.
Di oggetti. Quando mio nonno morì e nel suo bagno, nella sua casa a Firenze, osservavo orfani la sua lametta da barba, la sua saponetta lisciata dalle sue mani, mentre la goccia della vasca creava un vuoto sonoro mai notato prima.
Le mattonelle più scolorite, la distanza stilistica abnorme tra quel bagno anni 50 e gli anni 90, in cui navigavo a vista in una adolescenza spesso annegante, anni in cui si iniziavano a vedere i bagni scuri, in simil marmo opaco, con rivestimenti di un metro per un metro, lontanissimi da quei piccoli mosaici azzurri che rivestivano le pareti fino a un metro e cinquanta.
Oppure ho pensato al corpo macchina che consuma cibo, lo espelle, si nutre di nuovo e così via.
L’ho pensato da neo mamma esaminacacche, l’ho provato da malata terminale, quando nel sudario del proprio letto avviene questo ciclo ed è tutto estremamente difficile, e limitato e limitante, e ti chiedi, a un certo punto, se il pensiero, l’intelletto, non siano che contorno, se le emozioni distrazione, con la sensazione, che batte in testa come gocce calde di acqua, che un ciclo inesorabile faccia appunto, il ciclo, senza alcun bisogno della tua opinione e tantomeno del tuo permesso.
Potrei cantare, sotto la doccia.
Anziché immaginare il computo della mia vita come una montagna di elvive, un po’ come i mucchi di occhiali dei campi di concentramento.
Ma non è un’immagine triste eh?
Che già sento bionde sagge cazzianti ( Vale basta pipponi su fb😁😘). No.
Io nell’era della sostenibilità mi impunto e voglio impegnarmi a consumare.
Scarpe per camminare, panetti di burro per torte inventate, occhiali da sole che mi scorderò in giro senza smettere di guardare il sole negli occhi, con la mano davanti, e le rughe che si moltiplicano come i gremlins dopo una secchiata d’acqua