Come bandiera al vento

Come certe relazioni umane.

Come bandiere tibetane ostinate, che il vento rende allegre, o sfibrate e quasi irriconoscibili.
Ma se i nodi sono saldi, se chi le ha affisse ha avuto cura e tenacia, resistono.
A un certo punto, dopo mille danze al cielo, diventa difficile anche sciogliere i capi, saldi, ai lati.
E se con fretta si taglia, si accoltella, si tira via, resterà comunque un pezzetto monco, deformato, ingrigito.
Un ricordo di ciò che è stato, un’immagine che però si torna subito ad immaginare, inventando chi e come, un giorno, ha affidato le proprie preghiere.

Bandiere tibetane alla big bench del monte fosola, Carpineti, Reggio Emilia

Il cambio

L’ospedale è un ventre molle e caldo. Un po’ storditi un po’ impauriti, un po’ in attesa un po’ altrove con la testa che scappa, lei sì che riesce a infilarsi ali o gambe e travalica pareti e finestre chiuse.
Quando si esce dall’ospedale anche con il corpo, quando ci si riappropria dell’aria, del cielo, della terra, dell’asfalto, e si cammina, si vive di continui flashback.
A me, almeno, capita così.
Non c’è stato passo, saltello, che abbia fatto in questi sei mesi, senza un richiamo alla immobilità assoluta, delle mie gambe ridotte a stecchi secchi e inamoviboli sotto un lenzuolo, o ai primi incerti, barcollanti passetti sostenuti nel lungo corridoio di linoleum della pneumologia del policlinico di Milano.
Una parte di me è là ad aspettarmi.
Un’altra parte è scomparsa per sempre tra le parole e le immagini di quei mesi.
Probabilmente chi mi guarda se ne accorge : con il corpo mi muovo, con la testa sono assorta.
Sudore e mimica facciale immobile.
Mentre cammino, salto, mi piego, la mia testa è nella rianimazione in cui mi sono svegliata coi polsi legati, ancora con le voci o il soffio fortissimo dell’ossigeno nelle orecchie.
Quel soffio mi ha lasciato un acufene di cui sono poco consapevole perché poche volte mi capita di essere nell’assoluto silenzio.
Silenzio che ancora fatico ad accogliere e apprezzare perché è un ventre molle e caldo, in cui navigo in tantissimo spazioe con pochissima voglia di riempirlo di pensieri compiuti,pensieri utili, alti, dovuti.
Rivivere, rinascere, risalire, ritornare non sono azioni limpide. Non sono una cosa immediata.
Non sono una cosa.
Sono una possibilità.
Un pezzo di creta nelle mani che spesso sono tremanti,o poco avvezze a creare

In mani troppo fragili per riuscire a creare
Ma il pezzo di creta chiama, urla, chiede di diventare qualcosa
E il tempo si dichiara prezioso alleato per creare qualcosa di mai vissuto prima

Cammino,cammino

E cammino, cammino…
Cammino sempre, appena riesco, appena posso.
Cammino per la me immobile nel letto, appesa a un
tubo di aria disinfettata.
Cammino per la me che verrà e dovrà ripiegarsi ancora,
rimettere l’anima in tasca, deprivata di questa libertà
così sprecata.
Cammino per gli sconosciuti immobili senza motivo e
senza coscienza. Per chi non ha conosciuto riposo imposto ed è fisso nella sua posa.
Cammino verso chi non mi ama.
Cammino via dalla mia testa barocca, e la porto sempre
con me. Pesante, urlante, invadente, inopportuna, divertente. La mia testa è la zia eccentrica col gomito un
po’ alzato, colorata e imbarazzante, che urla la verità
usando metafore creative, che seppellisce con una freddura, ma appellandoti “tesoro”.
La mia testa in fuga, da raggiungere a piedi, eppure in
cielo, in cerca d’aria e di nuvole, poi annoiata, a parlar
a tutti, sempre, a sproposito, di cielo.
(da Guardami adesso).
E finalmente un giro impegnativo, almeno per me.
da Rescadore al Battisti, sentiero 615, passando per il Passone, senza guardare le tabelle temporali, il dislivello, e nemmeno il sole che si è fatto sentire.
Ho sentito le mie gambe, sempre più sicure.
il mio respiro. Costante, fiero.
ho sentito la mia gratitudine e la voglia di tornare a camminare, la ricerca della fatica, quando non pesa niente se non lo zaino pieno di banane e acqua.
Grazie, come sempre, a chi mi accompagna

Elogio dell’ignavia


Ieri ho ascoltato la quarta puntata di un podcast bellissimo sul camminare, realizzato dalla mia amica Frò Sanzo.
Ieri parlava del coraggio di perdersi.
Del momento in cui decidi, consapevolmente a volte, di perdere l’orientamento.
Sul sentiero, o nella vita.
È un atto di grande responsabilità che io, coscientemente, forse non ho mai fatto.
Forse perché il senso dell’orientamento è cosa lontanissima da me e vivo il brivido di dover sempre ritrovare la macchina, imboccare una via sconosciuta, ritrovarmi in loop a Cavazzoli senza motivo, praticamente ogni giorno.
Quindi non lo vado a fare apposta o non rivedrei più la mia famiglia 😅.
Però a volte ho la lucidità di spostami. E lo annuncio, per timore che mi si lasci scivolare nell’oblio e nell’abitudine della assenza.
Guarda, mi sto spostando.
Ehi, ti tiro per la giacchetta, mi metto di fianco.
Scusa, vllevo dirti che mi metto un attimo qui, magari non dovessi trovarmi subito.
Per il dispiacere di perdere le persone resto nei paraggi.
In un angolo, come a dire: mi vedi ? Resto qui, se vuoi ci sono.
Una vigliaccata, una debolezza spacciata per lucida centratura.
Una mollezza che ho accolto e a cui ho creato spazio, significato.
La reazione tiepida, la non reazione, l’indifferenza ho imparato a gestirle, forse contemporaneamente all’abitudine a stare tanto con me.
Un’ incapacità di andare lontano, o forse, proprio perché sono stata lontanissimo, gironzolo nei paraggi e lascio ogni porta socchiusa, senza chiavi, senza neppure concepire il gesto di abbassare la maniglia.
Non devi neppure bussare, per trovarmi.
Basta affacciarti.
Anche in ospedale volevo sempre la porta aperta.
Prima perché ero convinta che se avessi avuto una crisi, nonostante il monitoraggio degli schermi preposti nella semi intensiva, nessuno se ne sarebbe accorto o lo avrebbe fatto troppo tardi. Forse non pensavo di valere una corsa.
Poi, banalmente, per solitudine.
Il via vai del corridoio mi illudeva di essere parte di qualcosa di vitale, indaffarata, veloce routine di reparto. Piedi in movimento contro immobilità.
Quindi non credo mi perderò, non fino a quando non avrò il coraggio di tornare a camminare da sola, non fino a quando saprò che la gamba potrebbe farcela e le risorse per ritrovare la strada andrebbero solo ripescate da qualche parte dentro un intreccio di consapevolezze e illusioni che sta ancora formando la sua trama.
Intanto gironzolo, guardo cartine senza capirle, ma riesco sempre a guardare il cielo, in loop.

Piedi

Vaga
Senza sponde
A volte mi tocco un braccio, per sentire se la mia pelle mi restituisce certezza o se è cambiata anche lei, nel rapido giro di una notte.
È cambiata, manco a dirlo.
Cerco occhi in cui piantare i miei e ne ho qualche manciata, per enunciare proclami di solidità.
Di friabili rocce si compone il mio cammino, e non esiste scarpa che aggrappi al terreno piedi cosi affamati di strada, e così mendicanti di riposo.

Valle

Sono tornata a valle.
Il ghiacciaio è un ricordo.

Ma il passo resta lento, il fiato monta come in quota o quasi e resto a far di conto, io che non ne sono capace, con chilometri, dislivelli, ritmo, e ogni spettro che possa ballare intorno ai miei passi ostinati.


Se aumenta la difficoltà aumenterà la tenacia.
Se le prospettive si accorciano allungheremo il piacere di ogni momento.


Quando si cammina immersi nei pensieri bui non è vero che per magia un orizzonte dalle sfumature glam scaccia via ogni macigno.
Io, almeno, non ho mai vissuto l’incantesimo del respiro profondo sulla collina che fa scattare la perfetta armonia col cosmo.


Ma è come se il paesaggio si imprimesse delicatamente sull’anima.
E torna il profilo di quell’unico albero su una collina lontana, la geometria perfetta e sbilenca dei campi arati.


Oggi ero sconfortata dalla mia lentezza.
Poi qualcuno mi ha detto: scrivilo.
Non è una resa,
Continua a guardarti.
Aveva ragione.


Non ho finito di camminare
Non ho finito di scrivere

3 anni e 7 mesi

..

…e sono venuta qui, per onorare un nome che sa solo il vento, ma che risuona in me ogni respiro.


Il tempo qui sulla Pietra di Bismantova è un tempo tutto suo.

Scorre, in un modo tutto suo.


Passato e presente si mescolano, le nuvole seguono le immagini della mente, minacciose o lievi, lontane, incredibilmente vicine, arrivano a corredo dei pensieri.


Se poi azzardi il silenzio,
è un silenzio tutto suo.

I rumori da valle non sono abbastanza forti da arrivare quassù.
Semplicemente, su questa piana c’è spazio solo per il tuo suono.
L’unica prepotenza è quella di una coccinella che si posa sulla mano o gli echi degli uccelli.


E in quel preciso istante realizzi quanta potenza sprigioni la minuscola gola di un volatile rispetto a un trattore sbuffante e precario grande come un’unghia.


E quanto un ronzio di un’ape, o di una mosca, sia così presente alle orecchie.

Esattamente come il vento, come solo lui sa fare.

Il mio passo


Il mio passo, in montagna, è dettato dal mio respiro, è fatto dallo sguardo quasi sempre puntato alle rocce, ai piedi che mi precedono, con qualche pausa a testa alta, per essere inondata dalla luce e dell’orizzonte.


Il mio passo è fatto di gente che mi supera, quasi scusandosi, salvo poi voltarsi a guardare la mia fatica.
Guardala adesso, la mia fatica, che è fatta di tutti i passi che mi hanno condotto fino qui, ma non è ancora abbastanza da togliermi la voglia di salire.


Il mio passo è fatto dalla pesantezza dei giorni ed è spinto dalle risate, degli stessi, identici giorni.


Il mio passo è fatto da un “insieme“, che in montagna è un concetto che si dilata e regala solitudine salvifica, consapevolezza e volontà, di adeguarsi o meno, al mio passo.


Il mio passo si trasforma in riflessione.

Anche questi pensieri ruvidi sono arrivati in salita, cadenzati con i conti che faccio ogni volta col mio respiro. I patti, i compromessi, i tradimenti.


Il mio passo lento, incerto, ostinato, osteggiato, riaffermato, tifato, tollerato, biasimato non lo cambierei, ora, con altri scarponi esperti.


Il mio passo è composto da piume e farfalle e voli leggeri e da massi inamovibili invisibili ai più.


Il mio passo soprattutto, restituisce.

Come una piccola onda generosa, quello che ho donato finora.

La scelta

Una scelta è vera quando sei l’unica a crederci.


È evoluzione se non è appoggiata, sostenuta o capita.


È fede pura se chiamata ostinazione, autolesionismo, se irrisa o svalutata.


È una compagna di vita con cui soppesare sacrifici agli altri invisibili, spiegazioni che neppure verranno chieste o ascoltate, rinunce dolorose ma necessarie.


Una scelta che sa di solitudine è una vetta in costruzione, raggiungerla o meno è un passaggio secondario ed eventuale.

E la consapevolezza, soprattutto, è un’arma potentissima.

Solo che prima di tutto va rivolta contro se stessi.