Un mese

Per i miei donatori, a un mese dal retrapianto
Per ogni vita inciampata ed evaporata, per ogni volta aspettata e pregata, per te, che non te lo aspettavi, e hai lasciato la scena più bella, sul più bello.


Per me, che non me lo aspettavo nemmeno io e per entrambi, per tutti i morti che abbiamo avuto negli occhi nelle ultime settimane


Per il tuo respiro infinito che non mi era mai stato permesso
Per la mia pena, per il vuoto nero e senza fine che ne è il prezzo.
Per chi ha deciso che un tuo pezzo di carne si rivolgesse in vita e per tutti noi, dannati ad amare questa vita


Grazie
Per ogni dolore immolato a noi stessi, per ogni fatica e scoramento, miei donatori, sarete in ogni muscolo, in ogni speranza


Per ogni vostro amato io sopporto ogni indicibile supplizio, che arrivi ai loro cuori come miele profumato e che le nostre mani si intreccino nel vento, ogni volta che lo sentiremo necessario

Ciao, tu

Ciao
È un po ‘ che ti evito, in un misto di imbarazzo e senso di colpa, immotivato lo so, me lo ripetono fior di dottori e anche, in fondo, la mia coscienza che ogni tanto prende il microfono e fa un gorgheggio ma insomma..non è andata proprio come avessimo sperato.


Eravamo partiti alla grande, poi un grande inciampo, affrontato e superato insieme, e poi cose incredibili inventate e messe in pratica, soprattutto, io e te.


Tu dicevi che ero pazza io, io dicevo che era perché secondo me eri troppo giovane e sportivo e ho fatto tutte quelle cose da 20enni che insomma, a 44 e passa anni mi facevano sentire molto figa, altro che le influencer che alla mia età si sentono di combattere il patriarcato perché si fanno la blefaroplastica.


Però mi sento un pochino come quando si fa un incidente e la colpa sia tutta mia perché mi sono distratta e in effetti guidavo io, non c’è dubbio
Tu te ne stavi addormentato nel mio torace.

Ogni tanto ti svegliavi e mettevi un po’ di musica ( e finché erano gli hot chili o i blink182 ok, ma quando ho iniziato ad ascoltare ghali o blanco era evidente che la radio la gestivi tu).
Insomma ci dovremmo separare .
Comunque.


Io non so stare sola, quello è evidente e onestamente spero di vivere ancora. Sì, anche per te.
E quello che si dice in questi casi ed è banale è più che mai autentico: non ti dimenticherò mai.
Ho sempre parlato poco di te, pubblicamente.
Perché ho immaginato che la tua famiglia mi conoscesse e l’ho fatto per rispetto. Mi sembrava che ogni sillaba fosse troppo sporca, troppo inquinata o troppo stridente per il bianco sfolgorante che sei. Anche ora, si che letteralmente non respiro. Più.


Ma ogni giorno sei stato con me, amato, protetto, difeso, caro donatore.
Da tutto, persino da una pandemia.
Ci sarà sempre un fiore per te finché avrò il mio altare della gratitudine.
Ora è un momento talmente difficile da non riuscire a raccontarlo, per quello faccio due cose: la scema, nei pochi istanti in cui è concesso, e la sperante.


Possiamo ancora farlo insieme, se ti va.
In ogni caso, grazie per ogni cielo, montagna, passo, risata, follia, amore, speranza.
Sei vissuto oltre la vita, e avevi ragione perché “è così bella anche quando è brutta” che non la voglio lasciare nemmeno io.

Di scalate, di fragili rocce e di cose normali

È finita.
Domenica si è concluso il progetto che mi ha tolto sonno, energie, pazienza e aspettative per mesi.


Il progetto che ha assorbito ogni cellula e che ha messo alla prova resistenza fisica e norale, amicizie, collaborazioni, tenuta psicologica.


Ma quanto mi ha dato.
Conferme e sorprese.
Come spesso ho detto, contituare a vole esserci ha significato grande consapevolezza: ogni passo è stata una faticosa conquista.


Mirko Dalle Mulle e Gabriel Zeni sono le Fragili rocce che hanno portato Aido sul twtto d’ Europa. Con la cordata dei supporters sono arrivati a Capanna.


Ma il mio inchino più umile e sentito, oltre a loro, va a tutte le fragili rocce che si sono allenate con sacrificio e passione e solo per uno sgarbo meteorologico non hanno raggiunto la vetta.


E a ben vedere, non è davvero importante.
Antonella Tegoni , Samantha Ciurluini hanno dimostrato una tenacia e una determinazione che potrebbero spostare le montagne.


Voglio ringraziare tutti.
In questa organizzazione difficile, a tante voci, che a volte ha pagato lo scotto dei malintesi, dei cali di entusiasmo, dei personalismi e della leggerezza ho scoperto le persone.

Curioso. Cerchi le montagne e scopri l’umanità più profonda e nuda che esista.


Un piacere e un onore collaborare ( perché nel volontariato giammai si debba usare il termine lavorare, alla faccia delle infinite riunioni zoom, mail, messaggi e vocali a volte all’ una di notte, altre alle 5 del mattino) con Francesca Boldreghini, direttore della comunicazione di Aido che ha sposato con entusiasmo il progetto e ha dedicato gran parte della sua essenza.
Rosy Cicero e Lory Prinno ormai con me nel progetto Guardami adesso da un anno.
Grandissima parte organizzativa e razionale di Rosy, senza di lei davvero l’impresa non avrebbe potuto essere. Anzitutto per molti allenamenti di noi #fragilirocce e per la scelta delle guide.


Alla mia, Davide Gallian, devo non solo il tentativo di domenica mattina, (siamo tornati indietro dopo poche centinaia di metri non solo per il mio passo ma per un dolore che anche post tachipirina era impossibile continuare a ignorare) ma anche la salita a Capanna Gnifetti.


Pur nella fatica e nella lentezza non mi sono mai sentita inadeguata, ma accolta e accompagnata con pazienza e ironia. E come mi ha confermato Mirko, sulla twrrazza della Gnifetti, ” per la prima volta un arrivo sorridente”.


Merito anche della meravigliosa dottoressa che ha avuto il coraggio di affiancarmi, Federica Muraca .
Chi mi conosce sa quanto io possa essere in sfida con i medici. Con Federica è stata una traversata di fiducia e comprensione. Ci siamo fidate entrambe e ne abbiamo tratto grandi risate e giornate che credo non dimenticheremo. Un po’ a rassicurarci ( lei con grande maestria a scacciare paure, io per contrattare passi in più e barattare respiri). E il saturimetro è diventato oggetto di utile collaborazione e non terreno di scontro.


Orgogliosa di avere in squadra anche Luigi Vanoni, e Aldo Savoldelli e Gianluigi Dorelli del CeRiSM di Rovereto, partner scientifico che ci ha “studiato”.


Avevamo più medici, soccorritori e bombole di ossigeno noi che in tutta la catena del Monte Rosa.


Grazie a Luca Colli che ha coordinato i soccorritori della croce Rossa insieme a Marco Shackleton Masserini.
Per scaramanzia ( ma mica tanto), emergenza e tranquillità di tutti, soprattutto di Madre😅 il mio corredo accanto a casco e imbrago era di ben 3 bombole di ossigeno da 5 kg, spesso negli zaini di Rosy, della guida, della mia dottoressa e di Francesco IlFra Ferretti che ringrazio per aver subito creduto nel progetto e aver portato un valore aggiunto importante. Un po’ in cordata con me, un po’ a supporto dei medici a controllo delle varie cordate dei fragili.
AIDO Regione Piemonte presente nella persona di Cristina, che ci ha seguito e supportato in questi giorni nel frullatore.
Grazie a Il Marco Minali e a Stefania, in supporto morale logistico ed emozionale da Alagna. Preziosi e rassicuranti, come tornare da mamma e papà. 😅
Questa mia salita, tutta questa enorme fatica la dedico certo, ai miei amori, alla mia cordata della vita, a Marco Menegus da cui parte tutto.
Ma questo è stato il mio addio al ghiacciaio. A questo amatissimo ghiacciaio sicuramente.
Quando sono, per la seconda volta, arrivata alla terrazza di Capanna gnifetti, dai pioli della scaletta che tanto, nelle foto, mi impressionava, ero felice.
Pochi minuti dopo dal cellulare scoprivo che Irene, a cui avrei fatto dedicare la vetta ( e a cui è dedicata, per quello che può valere), se ne era andata. A 13 anni, in attesa di due polmoni che l’avrebbero portata ovunque, probabilmente.
In quel momento, la sua incredibile mamma, in un pianto assurdo e surreale mi ha detto sai, Irene non voleva dirtelo ma diceva sempre : mamma ma cosa ci va a fare sul monte Rosa? Io quando avrò i polmoni voglio fare cose normali “.
Ecco. Siamo riuscite a ridere, su quella terrazza che considero la più bella del mondo e che grazie a te, angelo sfanculatore impertinente, mi ha mostrato la via delle cose normali.
A volte non basta una montagna di 4500 metri a farci sentire piccoli.
Presi dalle sfide con noi stessi.
Io per prima, inondata di supponenza travestita da umiltà a prender schiaffi di consapevolezza a ogni passo.
Sono state le tue parole Irene, dette con la fatica degli alti flussi che volevo dimenticare e cancellare con la fatica dell’aria sottile, a riportarmi alla realtà, a farmi, finalmente, sentire piccola. Piccolissima.
E allora Irene
Non ti dedico le mie vette mancate, le imprese.
Ti dedicherò le “cose normali”.
Come l’abbraccio stretto alla tua incredibile mamma, alta come una montagna, Barbara Billo Goldoni .