Il paradiso degli utopisti

Grazie a Payrick e Simona che portano Guardami adesso fino al rifugio Genova, sulle Alpi Marittime.


Voglio ancora ringraziare chi crede, soatiene e partecipa al progetto.


Perché Guardami adesso è questo, e basta.
Non un’ associazione, tanto meno una società o una organizzazione gerarchica e rigida.


È un progetto.
Ci autofinanziamo, e se organizziamo un trekking, un cammino o una impresa grande, per mezzi e obiettivi, come quella di Capanna Margherita, è stato, è, e sarà sempre, a totale scopo benefico verso gli enti che ogni volta scegliamo.


Per questo forse, non tutti restano. Per questo, forse, si deludono le aspettative di qualcuno.
Eh, ma cosa ci guadagni? Mi chiedono spesso.
Nulla: in termini puramente di profitto siamo tutti con le tasche alleggerite.


Ma, almeno parlo per me, alleggeriti appunto: leggeri.
Ricchi di risate, di occhi pieni di meraviglia a panorami nuovi, che mai si poteva sperare di raggiungere.
Ricchi di ” ce l’ho fatta “, di impegno che significa dare valore alle promesse, alla propria vita, al proprio, spesso complicato, passato.


Perciò, proprio perché un progetto getta, credo, luce verso il futuro, c’è posto per tutti. Utopisti, rinati, generosi di tempo e di vita, entusiasti.


Perché ognuno di noi credo, ha affrontato qualche angolo buio e ora abbia proprio voglia di dire: Guardami adesso.

Di scalate, di fragili rocce e di cose normali

È finita.
Domenica si è concluso il progetto che mi ha tolto sonno, energie, pazienza e aspettative per mesi.


Il progetto che ha assorbito ogni cellula e che ha messo alla prova resistenza fisica e norale, amicizie, collaborazioni, tenuta psicologica.


Ma quanto mi ha dato.
Conferme e sorprese.
Come spesso ho detto, contituare a vole esserci ha significato grande consapevolezza: ogni passo è stata una faticosa conquista.


Mirko Dalle Mulle e Gabriel Zeni sono le Fragili rocce che hanno portato Aido sul twtto d’ Europa. Con la cordata dei supporters sono arrivati a Capanna.


Ma il mio inchino più umile e sentito, oltre a loro, va a tutte le fragili rocce che si sono allenate con sacrificio e passione e solo per uno sgarbo meteorologico non hanno raggiunto la vetta.


E a ben vedere, non è davvero importante.
Antonella Tegoni , Samantha Ciurluini hanno dimostrato una tenacia e una determinazione che potrebbero spostare le montagne.


Voglio ringraziare tutti.
In questa organizzazione difficile, a tante voci, che a volte ha pagato lo scotto dei malintesi, dei cali di entusiasmo, dei personalismi e della leggerezza ho scoperto le persone.

Curioso. Cerchi le montagne e scopri l’umanità più profonda e nuda che esista.


Un piacere e un onore collaborare ( perché nel volontariato giammai si debba usare il termine lavorare, alla faccia delle infinite riunioni zoom, mail, messaggi e vocali a volte all’ una di notte, altre alle 5 del mattino) con Francesca Boldreghini, direttore della comunicazione di Aido che ha sposato con entusiasmo il progetto e ha dedicato gran parte della sua essenza.
Rosy Cicero e Lory Prinno ormai con me nel progetto Guardami adesso da un anno.
Grandissima parte organizzativa e razionale di Rosy, senza di lei davvero l’impresa non avrebbe potuto essere. Anzitutto per molti allenamenti di noi #fragilirocce e per la scelta delle guide.


Alla mia, Davide Gallian, devo non solo il tentativo di domenica mattina, (siamo tornati indietro dopo poche centinaia di metri non solo per il mio passo ma per un dolore che anche post tachipirina era impossibile continuare a ignorare) ma anche la salita a Capanna Gnifetti.


Pur nella fatica e nella lentezza non mi sono mai sentita inadeguata, ma accolta e accompagnata con pazienza e ironia. E come mi ha confermato Mirko, sulla twrrazza della Gnifetti, ” per la prima volta un arrivo sorridente”.


Merito anche della meravigliosa dottoressa che ha avuto il coraggio di affiancarmi, Federica Muraca .
Chi mi conosce sa quanto io possa essere in sfida con i medici. Con Federica è stata una traversata di fiducia e comprensione. Ci siamo fidate entrambe e ne abbiamo tratto grandi risate e giornate che credo non dimenticheremo. Un po’ a rassicurarci ( lei con grande maestria a scacciare paure, io per contrattare passi in più e barattare respiri). E il saturimetro è diventato oggetto di utile collaborazione e non terreno di scontro.


Orgogliosa di avere in squadra anche Luigi Vanoni, e Aldo Savoldelli e Gianluigi Dorelli del CeRiSM di Rovereto, partner scientifico che ci ha “studiato”.


Avevamo più medici, soccorritori e bombole di ossigeno noi che in tutta la catena del Monte Rosa.


Grazie a Luca Colli che ha coordinato i soccorritori della croce Rossa insieme a Marco Shackleton Masserini.
Per scaramanzia ( ma mica tanto), emergenza e tranquillità di tutti, soprattutto di Madre😅 il mio corredo accanto a casco e imbrago era di ben 3 bombole di ossigeno da 5 kg, spesso negli zaini di Rosy, della guida, della mia dottoressa e di Francesco IlFra Ferretti che ringrazio per aver subito creduto nel progetto e aver portato un valore aggiunto importante. Un po’ in cordata con me, un po’ a supporto dei medici a controllo delle varie cordate dei fragili.
AIDO Regione Piemonte presente nella persona di Cristina, che ci ha seguito e supportato in questi giorni nel frullatore.
Grazie a Il Marco Minali e a Stefania, in supporto morale logistico ed emozionale da Alagna. Preziosi e rassicuranti, come tornare da mamma e papà. 😅
Questa mia salita, tutta questa enorme fatica la dedico certo, ai miei amori, alla mia cordata della vita, a Marco Menegus da cui parte tutto.
Ma questo è stato il mio addio al ghiacciaio. A questo amatissimo ghiacciaio sicuramente.
Quando sono, per la seconda volta, arrivata alla terrazza di Capanna gnifetti, dai pioli della scaletta che tanto, nelle foto, mi impressionava, ero felice.
Pochi minuti dopo dal cellulare scoprivo che Irene, a cui avrei fatto dedicare la vetta ( e a cui è dedicata, per quello che può valere), se ne era andata. A 13 anni, in attesa di due polmoni che l’avrebbero portata ovunque, probabilmente.
In quel momento, la sua incredibile mamma, in un pianto assurdo e surreale mi ha detto sai, Irene non voleva dirtelo ma diceva sempre : mamma ma cosa ci va a fare sul monte Rosa? Io quando avrò i polmoni voglio fare cose normali “.
Ecco. Siamo riuscite a ridere, su quella terrazza che considero la più bella del mondo e che grazie a te, angelo sfanculatore impertinente, mi ha mostrato la via delle cose normali.
A volte non basta una montagna di 4500 metri a farci sentire piccoli.
Presi dalle sfide con noi stessi.
Io per prima, inondata di supponenza travestita da umiltà a prender schiaffi di consapevolezza a ogni passo.
Sono state le tue parole Irene, dette con la fatica degli alti flussi che volevo dimenticare e cancellare con la fatica dell’aria sottile, a riportarmi alla realtà, a farmi, finalmente, sentire piccola. Piccolissima.
E allora Irene
Non ti dedico le mie vette mancate, le imprese.
Ti dedicherò le “cose normali”.
Come l’abbraccio stretto alla tua incredibile mamma, alta come una montagna, Barbara Billo Goldoni .

Pizzini Casati

Ultimo allenamento
Dal rifugio Pizzini al rifugio Casati, nella ( per me) sconosciuta Valtellina, a 3269mt, una terrazza direttamente sul maestoso ghiacciaio del Cevedale.
500 metri di fatica, dolore, difficoltà.
Ma anche di vicinanza, accudimento, sconforto e finalmente, stremata, l’approdo al rifugio.
Per la prima volta, invitata da una scivolata nelle mie scarpette inadatte ai numerosi nevai, ai guadi e alle rocce, ho pianto.
Di fatica, di inadeguatezza, di gratitudine verso chi era lì ad aspettare il mio passo (come quasi sempre Rosy 😇e poi Marcello che ci ha raggiunto in corsa, che hanno assistito ogni metro)

Nella salita a braccetto con i limiti ho perso tanta bellezza. Sembrava che gli occhi incontrassero solo la neve che mi avrebbe bagnato i piedi, le rocce spigolose e troppo scure stagliarsi sul ghiacciaio immobile e in movimento, nei suoi rivoli furiosi.

Le trincee arrugginite e accumulate ai bordi degli ultimi metri di pietraia, finalmente inutili, ma lasciate a testimoniare un combattimento ben più aspro del mio, e che mi riportavano sangue e vite sacrificate un tempo infinitamente lontano, quando invece non potevo non pensare che le facce gentili dei giovani alpinisti diretti al Casati saranno state proprio identiche ai ragazzi tremanti di freddo e paura a difendere i confini nella prima guerra mondiale.


Oggi abbiamo una coppa per sentirci popolo unito e trionfante.


A me, che non sono migliore, basta sfidare il corpo e la mente ai limiti della sopportazione per fare tutto ciò che posso finché posso.

Nessuna guerra, nessun nemico.


Anche se sembra anche a me, a volte, di essere in pericolo imminente, quando il respiro manca e si guarda in su e si vede il sentiero tra le rocce, troppo verticale per la stanchezza che piega, troppo lungo ancora da inventarsi aria che non entra.


Ma poi si arriva.
E il freddo del rifugio è comunque più caldo del vento che nei punti più esposti fa sentire nudi e instabili ma fa almeno alzare la resta, che guardare in basso è peggio e non è ancora il momento di festeggiare il percorso affrontato.


Si entra e il mio zaino si appoggia accanto a quello di Rosy, (che dentro ha la mia Bombola d’ossigeno, per emergenza, quasi 5 kg) e a quelli di tutti, fatti con più sapienza, che a me manca sempre qualcosa e tocca mendicare un fazzoletto, un guanto infilato troppo in basso, una bustina di miele in chissà quale tasca. Le scarpette senza ormai alcun grip e troppo basse per la salita staranno a cristallizzarsi di acqua sulle mensole accanto a scarponi pronti ad aggredire il ghiacciaio, domani mattina.

Un tè caldo, uno strudel e visi amici gridano che sei al sicuro. Il pianto non è più sconforto ma liberazione e gratitudine. È scherzare sui sacchetti domopack di Marcello in cui aveva accuratamente riposto il mio libro nello zaino e la frutta secca che sono diventati isolanti per i miei piedi fradici, e le altre fragili rocce che sono così fragili da aver pure raggiunto cima Solda, nel frattempo ed essere tornati giù per una meritata birra.


E poi la cena ultracalorica, la camerata da gita che assomigliava più alla stanzetta spoglia di padre Pio, e il giorno dopo, un’alba indispettita da una spolverata di neve, la discesa lenta, sotto un Gran Zebrù che non oserei mai nemmeno pensare di raggiungere ma che, immobile a beffarsi del mio goffo dimenarmi, accompagna pensieri finalmente leggeri, tutti di gratitudine per un altro spicchio di terra, di sole e di cielo attraversati per onorare il tutto di cui sono parte.


E pensavo guardaci adesso, Marco. Quanti sei riuscito a portare così tante volte in montagna.