Zoo di vetro 12 03 2021

Più di un anno fa siamo finiti tutti insieme in questo gigantesco zoo di vetro. Catapultati ognuno nelle proprie faccende, rinchiuso nelle proprie stanze, racchiuse a loro volta in una bolla ermetica. Pareti trasparenti e torbide insieme, e all’interno noi a ribollire nelle recriminazioni asfissianti, nel rimuginio di mancate soluzioni, di distratte attenzioni, di pensieri di fuga abortiti dalla evidente impossibilità di vivere ora. Vivere adesso.
Mi è venuto in mente lo zoo di vetro ma potrebbero essere I Miserabili o il Giardino dei ciliegi…quando il teatro mi lasciava sensazioni fortissime e potevo concentrarmi sulla trama, sulla recitazione, la regia e la scenografia, perché la vita era fuori e quella era “solo ” una rappresentazione di qualche ora.
Una volta fuori, impattando con l’aria fresca finalmente, dopo il torpore dei tanti respiri ammassati, le luci dei lampioni che ingannavano la sera, si faceva i conti con quello che la commedia sedimentava nell’animo.
Ora che il teatro è chiuso, ora che immagino l’odore di soffitta nei camerini, la polvere generosa quanto impietosa tra le travi lignee del palco, la graticcia che lancia cigolii inascoltati, il teatro siamo diventati noi.
Il palco le mura di casa. Viviamo in un’inquadratura, nello spazio di uno schermo, siamo ridotti al nostro volto, esistiamo di mezzo busto e certamente sorridiamo troppo. Una sintesi di noi stessi, un riassunto essenziale perché dell’ essenziale imposto, abbiamo imparato a vivere. Tutto improvvisamente frivolo.
Parliamo troppo. Perché mai sopporteremmo drammi. E copriamo di parole voragini insopportabili da guardare, figuriamoci da ammettere.
Imbellettiamo scene domestiche perché va tutto bene. Lo abbiamo promesso ai nostri bambini.
Un giorno usciremo.
Un giorno ci abbracceremo.
Un giorno applaudiremo.
Quando ce lo diranno.
Ma chi? Loro.
Dal buio dei nostri soggiorni con le lampade a luce calda non ne scorgiamo bene neppurr i volti.
Storpiamo i loro nomi. Loro che i nostri nomi non li sanno.
Siamo finiti in una infinita commedia di Checov.
Filosofi della vita, ora che la vita la vediamo scorrere dalla finestra.
Arresi.
Arresi? O rispettosi?
Rassegnati.
O fiduciosi?
Torneremo a viaggiare.
Ampie falcate sulle tavole scricchiolanti, per adesso. Voci impostate, che laggiù non si sente.
Foto di noi, sui social, che esistiamo ancora.
Che dice?
Oh, si, io per prima, signora mia.
Colpevole.
Sa, a volte ho paura di scomparire.
A lei non capita mai?
Quando arriva stropicciata allo specchio del bagno, gli occhi feriti da una luce prepotentissima, guardarsi e non vedere nulla. Come un volto cancellato da una gomma.
No, dice? Beata lei.
Io ho paura di perdermi i pezzi, ogni giorno.
Un pezzo di anima lasciato in una canzone. Un pezzo di cuore addosso a una persona…
Fino alla musica finale. La musica finale parte sempre piano, dalle quinte…qualche nota accennata su un pianoforte vagamente scordato.
Sipario. Allora si ricompone tutto. Si capisce il personaggio, lo si perdona.
Lo si ama anche, talvolta.
Si compatisce, accendendosi la prima sigaretta, fuori dal teatro, stringendosi nel cappotto: non ha vissuto che quelle due ore, nello spazio di un palcoscenico.

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