La Candida

Qualche tempo fa la Associazione Senonaltro, attiva realtà a supporto delle donne colpite da tumore al seno, mi ha omaggiato di una “bambola”, una sagoma di legno anonima, da vestire e reinventare a scopo benefico.

Il risultato frutto di mani imbranate come le mie non rende giustizia al personaggio che ho voluto ricordare, un personaggio della mia città, Reggio Emilia.

Questo il mio ricordo per lei.

Era una figura che scompariva dalla mia mente e ricompariva ogni volta che andavo in centro con mia madre.

Prima bambina, poi ragazzina, poi adolescente, poi sempre un po’ più grande.

Sapevo che l’avrei ritrovata sempre lungo le stesse vie, sempre con lo stesso sguardo trafiggente anche se sfuggente, una apparente distrazione che però a me arrivava come un invito a una confessione, come uno scandagliare i pensieri, come elencare una ad una le mie, di distrazioni, le mancanze, le superficialità.

Compariva e scompariva e poi, un giorno come un altro, è scomparsa davvero.

Magari per un po’ abbiamo continuato a cercarla con lo sguardo, a immaginarla aver appena girato l’angolo. Poi lo abbiamo saputo.

E’ morta la candida.

Senza cognome, chissà dove, chissà pensando a cosa o a chi.

Non so esattamente in quale anno sia evaporata, da quei madoni che ha solcato probabilmente per tutta la vita. Forse non è nemmeno così importante, forse nessuno è rimasto, a celebrarla, ogni anno, la data della sua morte.

Ma è rimasta lei, nei ricordi sbiaditi di tutti noi e allora forse è questa, la memoria più importante. Riecheggia nelle nostre orecchie il Ciao Nani, seguito da una certezza: la richesta di una sigaretta, cinque o dieci mila lire a seconda forse dell’astante, del suo umore o del suo reale bisogno. Si può vivere a rate di poche lire? Si può vivere a mano tesa?

Dicevano che le 10 mila lire le aveva sempre guadagnate negli anfratti dei portoni, con gente di passaggio.

Dicevano, per cacciarla ancora più giù, tra gli ultimi, che faceva la pipì in piedi.

Pensando di scipparle persino la dignità, cacciando nella testa una immagine impietosa quanto inutile.

Per affossare un’anima e avere mille lucide scuse per dimenticarsela.

Non ho mai sentito una donna pronunciare condanne benpensanti.

Candida eppure cosi temuta, la sua anima scura.

Ma chi lo ha deciso, che era scura?

Candida era il nostro specchio, installato proprio lì, nei suoi occhi lucentissimi e blu. Lo specchio di quanto siamo disposti a scendere a patti con la nostra ipocrisia.

Quante volte mi sono chiesta l’essenza della differenza tra guadagnare 10 mila lire in un angolo buio e fare o dire qualcosa per compiacere, per ottenere, per elevarmi.

E per giustificare trovare altri alibi, altre scuse.

Quanto era distante la Candida dalle nostre vite di varichina?

Quanto ci proteggono le nostre case, dalle piccole prostituzioni che ingaggiamo ogni giorno, anche senza accorgercene, cullate da coscienze perdonate a prescindere, abbigliate di vestiti puliti che parlino per noi, traballanti su tacchi sopportati per rimarcare un potere effimero, forse addirittura concesso, che altro non è se non arma scarica nelle mani di donne non meno esposte, non meno scippate della loro dignità?

Quanto siamo lontane dalla Candida?

E quanto ci ha procurato disagio? Forse più lo abbiamo zittito, quel disagio, più quello specchio era limpido, senza aloni, senza trucchi, senza tende da scostare.

Forse un po’ la Candida resta impigliata, con le sue misteriose borsine traboccanti di ricchezza, empatia, semplicità e forza, tra le pagliuzze delle nostre iridi, altrettanto lucenti.

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